Lavoro

Pensioni: come si rivalutano di anno in anno

Cos'è e la perequazione automatica, il meccanismo che lega gli assegni Inps all'inflazione e che ha portato alla recente sentenza della Consulta

E' nata negli anni '60 ed è rimasta in vigore fino ai giorni nostri, seppur tra molti ritocchi attuati dai governi di turno. Si tratta della perequazione automatica, il meccanismo che lega l'ammontare delle pensioni all'inflazione e che ha portato alla recente sentenza della Corte Costituzionale. Il 30 aprile scorso, per chi non lo sapesse ancora, la Consulta ha infatti bocciato il blocco delle pensioni attuato nel 2012 e nel 2013 dal governo Monti, che non applicò la perequazione automatica per un biennio intero.


Pensioni: la sentenza della Consulta


Il legame delle pensioni all'aumento dei prezzi nacque nel nostro paese nella seconda metà degli anni '60 e fu reso strutturale da una legge del 1969 (la n.153). La norma stabiliva che l'ammontare degli assegni Inps, qualunque fosse l'importo, doveva essere indicizzato pienamente all'inflazione certificata dall'Istat. Poi, a partire dal 1996, per effetto di diverse leggi volute dai governi che si sono succeduti, le rivalutazioni annue degli assegni previdenziali sono state più volte attenuate. In alcuni casi, gli aumenti sono stati addirittura bloccati del tutto: non sono nel 2012 e nel 2013, per volontà del governo Monti, ma anche nel 1998 e nel 2008, dagli esecutivi di centrosinistra, che hanno concentrato però le mancate rivalutazioni sugli assegni più alti.


Pensioni, perché il governo non vuole rimborsare tutti


Tra un ritocco legislativo e l'altro, si è arrivati al meccanismo di perequazione automatica deciso dal governo Letta nel 2013 e valido a partire dal 2014, fino al 2017. Ecco come funziona: per tutti i pensionati, l'assegno previdenziale viene rivalutato in base al 100% dell'inflazione fino all'importo di tre volte il trattamento minimo (circa 1.500 euro lordi e 1.200 netti). Per chi guadagna di più, la parte di pensione compresa tra 1.500 e 2mila euro lordi circa (tra 1.200 e 1.500 euro netti) viene aumentata ogni anno di un tasso pari al 90% dell'inflazione. Sopra i 2mila euro, la rivalutazione scende al 75% dell'inflazione, e così via fino ad arrivare alla soglia di 3mila euro lordi (2.100-2.200 netti). La quota di assegno Inps che oltrepassa questo tetto (per chi ha la fortuna di guadagnare tali cifre) viene rivalutata ogni 12 mesi del 45% dell'inflazione, cioè di meno della metà dell'aumento dei prezzi.


Pensioni, chi avrà i rimborsi e chi no


Si tratta di un meccanismo di indicizzazione regressivo, che assicura ogni anno agli anziani un aumento di “base” uguale per tutti e che invece penalizza le rendite più alte, le quali sono destinate a perdere negli anni un po' del loro potere di acquisto. Nel 2015, per esempio, chi prendeva nel 2014 una pensione tra 1.500 e 2mila euro lordi, ha ricevuto un aumento fino a 5,7 euro lordi al mese (4 euro netti). Si tratta di una cifra contenuta (poiché oggi l'inflazione è molto bassa) ma comunque leggermente più elevata rispetto all'aumento ricevuto invece da chi percepisce una pensione di circa 3mila euro lordi, che ha visto crescere il proprio assegno di appena 4,5 euro mensili (3 euro netti).


© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti