Pensioni e buste arancioni, sindacati contro Inps

Il ministro Fornero non vuol far sapere ai trentenni quanto prenderanno di pensione per non alimentare l'incertezza. Ma la Cgil aveva già fatto i calcoli: poco più di 400 euro

INPS

FILIPPO MONTEFORTE / ANSA / PAL

Massimo Morici

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Nonostante il pasticcio sugli esodati , al ministro Elsa Fornero si può dare il merito di aver introdotto il contributivo per tutti adeguando le pensioni italiane a quelle europee: nel 2018 uomini e donne potranno andare in pensione a 66 anni.

Ma la riforma che porta il suo nome lascia ancora aperta una domanda: quanti italiani sono consapevoli del loro futuro assegno di previdenza? Una risposta in teoria ci sarebbe nell’ormai mitica "busta arancione".

Mitica, perché la busta che dovrebbe illustrare la posizione previdenziale di ognuno e il possibile importo della pensione, non è ancora arrivata a nessuno.

Una Via Crucis che la dice lunga difficoltà politica di dare cattive notizie. Anche perché non arriverà a tutti. Il ministro Fornero ha detto che sarà solo per pochi: ai lavoratori a cui mancano cinque anni o poco più per andare in pensione, cioè i sessantenni (o quasi).

Una fetta di popolazione dove, dati Istat alla mano, si concentra il maggior numero di lavoratori dipendenti i quali grosso modo sono in grado di sapere già oggi, considerando i vari parametri (e magari utilizzando i simulatori messi a disposizione online da società private o dall’Inps, come il P3 per gli ex Inpdap), l’entità del futuro assegno.

Ma c’è una fascia di popolazione che, invece, viaggia alla cieca: la fascia dai 18 ai 40 anni, dove si concentrano la maggior parte dei parasubordinati (co.co.co, co.co.pro e via dicendo) e finte partite Iva, ossia l’universo dei cosiddetti precari .

Fornero ha ammesso che se spedissimo oggi la busta arancione a un giovane di 35 anni, daremmo un messaggio di allarme e che il governo non vuole alimentare l’incertezza.

Una dichiarazione in linea con quanto ammise l’Inps stesso tre anni fa: "Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale".

Già, perché per loro si prospetta un assegno a sole tre cifre non molto più alto dell’attuale sussidio di povertà. I calcoli l’Inps si è sempre rifiutata di renderli pubblici, ma li fece in tempi non sospetti (ossia in epoca pre - riforma Fornero, che però su questo punto ha potuto ben poco) la Cgil, che stimò per un lavoratore parasubordinato in media un assegno di poco superiore a 400 euro.

Non solo. Giorni fa sempre la Cgil ha segnalato che a causa di un malfunzionamento relativo al sistema di versamento e di accredito delle singole posizioni contributive, i contributi di moltissimi lavoratori iscritti alla Gestione Separata potrebbero non essere mai stati registrati dal sistema, nonostante siano stati versati.

Insomma, oltre al danno pure la beffa. Ecco perché, di fronte al silenzio delle istituzioni, aumentano gli italiani che hanno paura della pensione futura: ad oggi sono quasi quattro giovani lavoratori precari su dieci nella fascia compresa tra i 18 e i 34 anni, stando a un recente sondaggio della Censis per la Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione.

Su di loro pesa un percorso contributivo discontinuo legato a lavori precari o impieghi senza versamenti pensionistici. Solo inviando loro la busta arancione, cioè rendendoli consapevoli di ciò che li aspetta in futuro, si può chiedere di fare sacrifici per accantonare risparmi necessari ad integrare un assegno pubblico che molto probabilmente sarà poco più della metà del loro attuale stipendio, che è già in media basso.

Il 36% dei giovani, infatti, è disposto a investire nella previdenza complementare, ma preferisce aspettare. Anche perché non se la può permettere.

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