Lavoro

Pensioni, quanto si perde con l'assegno anticipato

Da 50 a oltre 200 euro al mese. E' il taglio che potrebbe subire chi vuole ritirarsi a 62 anni. I progetti del governo per cambiare la Riforma Fornero

Giuliano Poletti

Andrea Telara

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“Più flessibilità in uscita per gli anziani, in modo da fare largo ai giovani”. Parola del ministro del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ieri ha ribadito quali sono i progetti del governo in vista della prossima Legge di Stabilità. L'obiettivo è rivedere in parte la Legge Fornero, cioè l'ultima riforma delle pensioni che ha alzato a 66 anni l'età minima per mettersi a riposo.


Pensioni, così potrebbero cambiare ancora


Per adesso, Poletti e tutto il governo non scoprono ancora le carte ma è quasi certo che verrà consentito di andare in pensione prima, probabilmente a 61-62 anni. Chi beneficia di queste finestre di uscita anticipate, però, dovrà pagare un prezzo abbastanza salato, cioè accettare un taglio dell'assegno Inps. A quanto ammonteranno le penalizzazioni? Al momento, la risposta rimane top secret e ci sono diverse ipotesi sul piatto. In Parlamento, c'è per esempio una proposta di legge bipartisan fortemente sostenuta da Cesare Damiano, deputato del Pd e attuale presidente della Commissione Lavoro alla Camera. Il testo di questa “controriforma” prevede la possibilità di mettersi a riposo con 62 anni di età e 35 anni di contributi, con una penalizzazione dell'8% sull'assegno pieno, che maturerebbe invece restando al lavoro sino a 66 anni.


In pensione a 66 anni e 7 mesi


Diversi osservatori, però, ritengono che i tagli previsti dalla proposta Damiano siano troppo contenuti. Per non vanificare i risparmi di spesa portati in dote dalla Riforma Fornero, che ammontano a 80 miliardi di euro in dieci anni, bisogna chiedere un sacrificio ben più grande a chi vuole mettersi a riposo in anticipo. Per questo, tra le ipotesi in circolazione, spunta quella di un taglio degli assegni nell'ordine del 20%. Quali sarebbero gli effetti sulle tasche dei futuri pensionati? Ecco, di seguito, alcune simulazioni.


Si prenda il caso di un lavoratore che a 66 anni maturerebbe una pensione pari a due volte il trattamento minimo, cioè circa mille euro lordi il mese (compresa la tredicesima) corrispondenti a circa 850 euro netti.


- Con la decurtazione proposta da Damiano, ritirandosi a 62 anni questo lavoratore percepirebbe una pensione lorda di 920 euro al mese (anziché mille), corrispondenti a circa 800 euro netti. In questo caso, il prezzo da pagare per ritirarsi in anticipo sarebbe di 50 euro al mese.


- Ipotizziamo invece che il governo decida di stabilire un livello di tagli più alto, cioè nell'ordine del 20% per chi si ritira dal lavoro a 62 anni. In tal caso, la pensione di mille euro lordi si ridurrebbe a 800 euro lordi, che corrispondono ad appena 715 euro al netto delle tasse. Con un taglio di questa entità, il lavoratore perderebbe dunque ben 135 euro netti al mese rispetto all'assegno pieno che avrebbe percepito a 66 anni.


Renzi: "Sulle pensioni più flessibilità"


Oltre all'esempio sopra illustrato, si può prendere in esame il profilo di un lavoratore che maturerebbe a 66 anni una pensione pari a 3 volte la minima, ovvero circa 1.500 euro lordi al mese (1.200 netti).


- Con la decurtazione della proposta Damiano, ritirandosi a 62 anni questo lavoratore percepirebbe un assegno Inps di 1.380 euro lordi al mese (anziché 1.500), corrispondenti a circa 1.100 euro netti. In questo caso, il prezzo da pagare per mettersi a riposo in anticipo sarebbe di 100 euro netti al mese.


- Se invece il governo decidesse di effettuare un taglio del 20%, la perdita sarebbe ovviamente ben più alta. La pensione piena di 1.500 euro lordi al mese maturata a 66 anni si ridurrebbe a 62 anni fino a 1.200 lordi, che corrispondono a 990 netti. In tal caso, dunque, la decurtazione rispetto all'assegno pieno sarebbe di 210 euro netti al mese.


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