Ecco perchè il Made in Italy rischia l'estinzione

Gli artigiani che hanno contribuito a scrivere la storia dei più noti marchi italiani non riescono a trovare nuove leve che ne raccolgano l'eredità

Un artigiano al lavoro (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Stefania Medetti

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“Entro una generazione, il Made in Italy” sarà scomparso. Il grido d’allarme di Ermanno Scevrino è stato ripreso da The Economist che ha dedicato un articolo  alla scarsità di figure professionali specializzate. Secondo il designer, infatti, la moda inizia a contemplare la propria estinzione, perchè non è più in grado di procurarsi gli artigiani che finora hanno contribuito al successo dei marchi italiani più famosi nel mondo. Modellisti, sarti, tagliatori, ricamatrici, tutte le figure professionali che trasformano un’idea in un prodotto finito, non trovano eredi che li sostituiscano.

Questo tipo di preoccupazione non è esclusiva di Scevrino, ma è condivisa da altre aziende del lusso. “La perdita di know-how è drammatica”, concorda Franco Baccani, alla guida di B&G che produce borse per Gucci, Cartier e altri marchi. Nelle fabbriche marchigiane di Tod’s, per esempio, il 60% dei 700 dipendenti del gruppo è composto da artigiani e, nonostante le ottime condizioni lavorative e il sostegno all’apprendistato da parte del Governo, il gruppo fatica a trovare le risorse necessarie. 

Con la disoccupazione giovanile al 35%, lo stipendio netto annuale di un tagliatore di pelli parte da 18mila euro, ma le aziende della moda non hanno la fila di candidati davanti alla loro porta che ci si aspetterebbe. Gli italiani, purtroppo, tendono a guardare dall’alto al basso i lavori manuali e, erroneamente, sono portati a considerare il titolo universitario, qualunque esso sia, come la migliore garanzia per un posto di lavoro. La mancanza di nuove leve non riguarda solo la moda, ma anche professioni come panettieri, falegname e pasticceri . Secondo la Federazione Italiana Pubblici Esercizi , all’appello mancherebbero almeno seimila pizzaioli , ma non sembra facile trovarli. Sono piuttosto gli stranieri, egiziani in testa, a ricoprire questo ruolo e a conquistare quote crescenti del mercato.  

Tornando al settore della moda, è vero che la perdita di 86mila posti di lavoro ai livelli più bassi delle imprese tessili, di abbigliamento e calzature a partire dal 2006 può aver dato la sensazione che non ci siano sicurezza e prospettive in questo comparto. Inoltre, va anche considerato che una buona fetta della produzione è stata spostata verso i più economici Paesi emergenti. Tuttavia, il fabbisogno occupazionale è così elevato che alcune aziende hanno cominciato a cooptare risorse dai propri concorrenti, cosa che permette ai candidati di negoziare condizioni economiche più vantaggiose. Altre aziende, fa sapere sempre The Economist, importano dall’estero quelle competenze che non trovano in Italia. E non manca chi è stato accusato di attaccare un’etichetta con scritto “Made in Italy” su capi prodotti all’estero e ultimati in Italia, ma con la cronicizzazione della mancanza di talento, potrebbe essere un assaggio di cosa ci riserva il futuro.

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