Jobs Act, le conseguenze dopo la bocciatura della Consulta

Sui licenziamenti per ingiusta causa torneranno a decidere i giudici, caso per caso. E i sindacati chiedono ora la reintroduzione dell’art. 18

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Giuseppe Cordasco

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La Corte costituzionale boccia uno degli articoli fondamentali del Jobs Act e in pratica ne affossa in maniera ormai definitiva l’impianto complessivo. La decisione presa dalla Consulta in effetti non lascia spazio a discussioni e pone seriamente il problema dell’elaborazione, a livello di governo, di una nuova disciplina che vada a regolare materie così delicate del diritto del lavoro.

La Consulta infatti ha dichiarato illegittime le disposizioni, contenute appunto nel Jobs Act, che regolano i criteri di indennità di licenziamento nel contratto a tutele crescenti. Cerchiamo dunque di capire meglio di cosa stiamo parlando e quali conseguenze potrà avere in futuro la decisione della Corte costituzionale.

Indennizzo contrario alla ragionevolezza

Le norme su cui è intervenuta la Consulta, sono quelle che hanno sostituito la tutela reale del posto di lavoro, un tempo garantito dall'art.18 dello Statuto dei Lavoratori che prevedeva il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato.

Ora si poteva licenziare con un indennizzo che aumentava con l'anzianità e che comunque il Jobs Act aveva fissato con un tetto massimo (alzato dal nuovo governo Lega-M5S con il decreto dignità) togliendo, su questo aspetto, ogni potere al giudice.

La Consulta, ha invece stabilito che l'art. 3, comma 1, del decreto legislativo 23/2015, quello che appunto introduceva questa nuova procedura, è contrario ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza fissati dagli art.4 e 34 della Costituzione in tema di lavoro.

In particolare è illegittimo aver determinato in modo rigido l'indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. Prevedere un'indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio dei lavoratori, sarebbe appunto, contrario ai principi di uguaglianza fra lavoratori e ragionevolezza.

Le conseguenze

Come si sono affrettati a spiegare numerosi esperti di diritto del lavoro, la prima e più immediata conseguenza di questa significativa sentenza, sarà che d’ora in poi saranno di nuovo i giudici a decidere su eventuali cause di licenziamento per ingiusta causa.

E le decisioni saranno una indipendenti dall’altra, non ci saranno infatti criteri omogenei da applicare, ma le situazioni saranno valutate caso per caso.

Da parte sindacale, da sempre critica con il Jobs Act, non solo si esulta per la sentenza della Consulta, ma come passo futuro si chiede la reintroduzione dell’art. 18 che, come accennato, era stato abolito proprio in ragione delle nuove norme contenute nel Jobs Act stesso.

In posizione più intermedia si pone invece il ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Il vicepremier, nel corso di un intervento alla Camera, ci ha tenuto a sottolineare che l’impegno del governo sarà in linea con la sentenza della Consulta e che l’intenzione è quella di tornare “all'epoca pre-Jobs Act che ha tolto ai lavoratori un sacco di diritti”. Nel suo intervento però, si è guardato bene dal fare qualsiasi riferimento esplicito all’art. 18. Staremo a vedere.

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