Lavoro

Crowdworking, cos'è e come funziona

Prestazioni professionali offerte su internet in tutto il mondo e senza barriere. Rischi e opportunità di questo nuovo modo di lavorare

internet-Cina

Andrea Telara

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A Jaipur, nel cuore dell'India centro settentrionale, un tizio con il nickname Mikehurley offre servizi di web design per 10 dollari l'ora. E' la stessa tariffa a cui Riccar99, giornalista di Livorno con 30 anni di studio e di pratica delle lingue straniere, propone invece traduzioni online dall'italiano e l'inglese, e viceversa. 

Mikehrley e Ricar99 abitano a migliaia di chilometri di distanza, fanno due mestieri molto diversi tra loro ma hanno qualcosa in comune. Offrono le loro prestazioni professionali allo stesso prezzo e sulla stessa piattaforma: il sito web Freelancer.com, nato in Australia diversi anni fa e interamente dedicato a un nuovo fenomeno nato e sviluppatosi con l'avvento di internet.

Lavoro nella folla

Si tratta del crowdworking, cioè un innovativo sistema per mettere in contatto la domanda e l'offerta di prestazioni professionali. In inglese crowd vuol dire folla e work significa lavoro. La traduzione alla lettera, non molto musicale in italiano, è dunque più o meno “lavoro nella folla” che, detto in soldoni, significa lanciare una proposta di un servizio, di una prestazione professionale nell'universo sconfinato di internet, in attesa che qualcuno la trovi interessante. 

Si tratta dunque un'attività simile al crowdfunding, un altro fenomeno dell'era digitale con cui milioni aspiranti imprenditori mettono in vetrina su internet un loro progetto di business e cercano online dei finanziatori pronti a sostenerli. L'unica differenza  è che, mentre con il crowfunding  sono i capitali a circolare sulla rete, con il crowdworking vengono scambiate invece le prestazioni di lavoro. Si tratta ovviamente di un lavoro non manifatturiero, fatto per lo più  traduzioni, consulenze, o prestazioni intellettuali di altro genere. 

Milioni di utenti

Di offerte come quelle di Mikehurley e Ricar99, su Frelancer.com se ne trova una miriade, provenienti da circa 15 milioni di utenti che in tutto il mondo si sono iscritti a questa piattaforma. Freelancer.com non è però l'unico portale dedicato al crowdworking.

A fargli concorrenza ci sono per esempio gli americani di Top Coder e Upwork o il tedesco Twago, che hanno raccolto già centinaia di migliaia o addirittura milioni di iscritti. Per inserire le loro proposte sul sito, i crowdworker e le aziende che li cercano pagano ovviamente un abbonamento, che parte in genere da un minimo di  pochi euro o poche decine di euro al mese.

Rischio dumping sulle paghe

Oggi anche molte grandi aziende internazionali iniziano a guardare con interesse al fenomeno del crowdworking, vista la possibilità di pescare su internet talenti in tutto il mondo, superando le barriere geografiche e culturali. Chi abita lontano dai centri nevralgici della business community internazionale non può ovviamente che esser felice di questa tendenza, avendo la possibilità di entrare in contatto con aziende che stanno a migliaia di chilometri di distanza.

C’è però il rischio concreto di un livellamento verso il basso del costo del lavoro, visto che i crowdworker dei paesi  emergenti possono fare facilmente concorrenza a quelli dei paesi industrializzati. Dieci dollari guadagnati a Jaipur, nel cuore dell'India, valgono ovviamente un bel po’ di più dei 10 dollari guadagnati a Livorno, dove la vita costa ha un costo ben maggiore. Eppure, nell’universo sconfinato del crowdworking, Mikehurley e Riccar99 fanno pagare lo stesso prezzo.

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