Contro il caporalato: la questione dei diritti umani violati in Italia

La manifestazione di Foggia contro lo sfruttamento dei lavoratori ripropone la necessità di garantire il rispetto dei diritti. Di tutti, senza distinzione

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Foggia, 8 agosto 2018, un'immagine dalla manifestazione contro il caporalato e lo fruttamento del lavoro – Credits: Sara Dellabella/Panorama

Sara Dellabella

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Migliaia le persone che l’8 agosto sono scese in strada a Foggia per ricordare le ultime sedici vittime del caporalato e chiedere più diritti per chi lavora nei campi. 

Il messaggio sotteso alle intenzioni di chi è venuto a Foggia è: esiste una legge contro il caporalato e va applicata. Perché in essa ci sono gli strumenti per sconfiggere quell’esercito di circa 15mila caporali — così stimato dall’Osservatorio Placido Rizzotto (Flai — Cgil) — che da nord a sud gestisce un pil fatto di lavoro nero e sfruttamento.

Decine di bandiere di associazioni, sindacati e partiti politici hanno accompagnato le due manifestazioni che si sono divise le piazze della città. Di mattina i “berretti rossi” diventati il simbolo di questa tragedia che ha riacceso i riflettori sul tema del caporalato in Puglia, dopo la scomparsa di Paola Clemente nel 2015, accasciatasi in un campo per il troppo lavoro.

In una calda giornata di agosto — con la Puglia presa di mira dal turismo di massa, il parlamento chiuso e i temi caldi sul tavolo del governo che riguardano questo pezzo d’Italia: Ilva, Tap — sono diventati protagonisti attivi, con voce e idee di un società più giusta, i braccianti agricoli che lavorano per 2–3 euro l’ora senza alcun diritto consentendo al consumatore finale di acquistare sui banchi della grande distribuzione la passata di pomodori per pochi centesimi. Tant’è che uno degli striscioni recita “una passata di pomodoro non vale una vita”.

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Foggia, 8 agosto 2018, un'immagine dalla manifestazione contro il caporalato e lo fruttamento del lavoro (Foto di Sara Dellabella)

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Qualità del prodotto, non super sconti

Il richiamo dei sindacati è soprattutto alle aziende affinché puntino sulla qualità del prodotto anziché sul prezzo scontato, in barba ai diritti dei lavoratori e in generale di diritti dell’uomo. Le aziende, è la sostanza della richiesta, entrino in un circuito etico e di legalità.

I “fondi ci sono” ha assicurato il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano che ieri è arrivato a Foggia per sfilare insieme ai braccianti agricoli, a questa nuova classe operaia che vive il caporalato tanto nei campi che nei cantieri delle nostre città

Il trasporto dei lavoratori

Quello del trasporto è un tema centrale per sconfiggere questo traffico di esseri umani che vengono prelevati nella notte per essere portati nei campi alle prime luci del mattino, anche fuori provincia. Regolare in maniera legale quel trasporto vorrebbe dire sottrarre manodopera alla criminalità organizzata. 
Ma la regione pur avendo stanziato 3 milioni di euro in tre anni, non ha ricevuto alcuna richiesta di accesso ai fondi.

Pochi giorni fa è arrivato anche Matteo Salvini a Foggia, nella doppia veste di vice premier e ministro dell’Interno, per un vertice in prefettura. La sua ricetta è quella di utilizzare droni per il controllo dei campi e di svuotare i ghetti dove trovano riposo i braccianti dopo ore passate sotto il sole. 

A rispondergli direttamente dalla piazza è il segretario della Cgil Puglia, Pino Gesmundo che al ministro dell’interno manda un messaggio: “abbiamo approvato la sua presenza. È importante la sua vicinanza in un territorio come questo; tuttavia non si può raccontare che il caporalato si sconfigge chiudendo i flussi migratori”. Il caporalato — ha aggiunto — “esisteva anche prima ed è il risultato dello sfruttamento e della condotta di datori di lavoro senza scrupoli. Una retorica continua contro gli immigrati alimenta un clima di tensione e sfiducia che non serve e che non dovrebbe appartenere alle istituzioni. Bisognerebbe puntare al rilancio di un sistema produttivo basato sulla qualità e non alla lotta sui poveri”.

Sedici corpi sulla strada

“La pacchia è finita”. Stavolta sono i migranti a dirlo a Salvini perché 16 ragazzi sono morti in poche ore e i corpi sono rimasti in strada per sette ore perché gli obitori degli ospedali non erano pronti ad accoglierli. Neanche le bestie vengono trattate così.

C’è chi ha parlato di questo 8 agosto come di uno spartiacque tra il prima e il dopo. Tra una stagione di sfruttamento e di rinascita dei diritti. Sperando che non rimanga l’ennesima promessa d’agosto, con la politica distratta e le riviste patinate sotto l’ombrellone, mentre nei campi si continua a morire, anche di caldo.

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