Lavoro

Contratti a termine, così Di Maio vuole cambiarli

Riduzione delle proroghe possibili e più contributi da pagare da parte delle aziende. I progetti del ministro del lavoro per scoraggiare il precariato

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Andrea Telara

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Più vincolati e un po’ più costosi. Diventeranno così, nei prossimi mesi, i contratti di lavoro a tempo determinato, dopo che sarà varato il Decreto Dignità, il primo provvedimento significativo del governo Conte. Poiché oggi i contratti di assunzione a  termine sono ben 2,9 milioni (il record storico),  il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha pensato di rendere meno conveniente e più difficile il loro utilizzo, nella speranza di favorire gli inquadramenti stabili a tempo indeterminato. 

Più contributi

Per riuscirci, il governo agirà su due fronti. Il primo è quello dei costi. I contratti precari verranno resi più onerosi, con un aggravio dello 0,5% dei contributi da pagare sulla retribuzione, ogni volta che l'assunzione giunge a scadenza e viene rinnovata. Già oggi, l’azienda che recluta un lavoratore a tempo determinato deve versare (oltre ai contributi previdenziali) una quota dell’1,4% dello stipendio lordo per finanziarie la Naspi, cioè il sussidio alla disoccupazione.  

Si tratta di un balzello superiore di qualche decimo di punto rispetto allo 0,7% della retribuzione che le aziende pagano invece, sempre per finanziare la Naspi, sui contratti di lavoro a tempo indeterminato. Di Maio, almeno secondo le bozze dei decreti governativi circolate sinora, vuole dunque innalzare progressivamente i contributi a carico dei contratti precari, che verrebbero dunque a costare almeno uno o due punti in più rispetto a quelli stabili. 

Un tetto ai rinnovi

Oltre a questo provvedimento, il ministro del lavoro ha intenzione di ridurre il limite massimo di volte in cui le assunzioni a termine, una volta giunte alla scadenza, possono essere rinnovate. Oggi, il tetto massimo previsto per legge è di un massimo di 5 rinnovi nell’arco di 36 mesi. Il governo si appresta ad abbassarli a un massimo di 4. Una volta superata questa soglia, il lavoratore non può più rimanere nell’organico dell’azienda se non viene assunto a tempo indeterminato. 

Un’altra misura in cantiere, sempre per scoraggiare le aziende nell’utilizzo delle assunzioni precarie, è l’allungamento dei tempi a disposizione del dipendente per impugnare il contratto a termine e fare causa al datore di lavoro (oggi il limite è fissato a 120 giorni). 

Torna la causale (forse)

Infine, un altro provvedimento in arrivo (anche se non ancora sicuro) è la reintroduzione della cosiddetta causale. Prima del 2014, le aziende che assumevano persone con inquadramento precario erano obbligate a indicare nel contratto il motivo per il quale è stato utilizzato un contratto a termine invece che stabile. In assenza di causale, il contratto poteva essere dichiarato nullo e convertito in un tempo indeterminato. Dopo essere stato abolito oltre 4 anni fa dal governo Renzi, anche questo vincolo delal causale potrebbe presto tornare. 

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