Lavoro

Assunzioni e licenziamenti, le cose da sapere

Perché i dati dell'Inps differiscono sempre da quelli dell'Istat

Jobs-Act

Andrea Telara

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Più licenziamenti e meno contratti a tempo indeterminato. Sono i due dati che emergono dall'ultimo Osservatorio Inps sul precariato e che da ieri stanno facendo molto discutere.

In particolare, secondo l'istituto nazionale della previdenza, tra gennaio e agosto del 2016 ci sono state oltre
304mila interruzioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il 4,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2015.

Inoltre, sono cresciuti di oltre il 28%, i licenziamenti per giusta causa o per giustificato motivo oggettivo, saliti dai circa 36mila dei primi 8 mesi del 2015 agli oltre 46 mila del 2016.

Alla base di questo incremento potrebbe esserci l'abolizione all'articolo 18 attuata con il Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi che consente alle aziende di lasciare a casa più facilmente i dipendenti assunti a tempo indeterminato dal 2015 in avanti.

Lavoro, luci e ombre della Legge di Stabilità 2017

Proprio il Jobs Act è finito ieri nel mirino di molti esponenti dell'opposizione che considerano i dati dell'Inps come una chiara dimostrazione del fallimento della riforma.

Dal canto suo, il governo e la maggioranza hanno invitato a non strumentalizzare le statistiche appena pubblicate dall'istituto della previdenza, invitando piuttosto a guardare quelle dell'
Istat, che attestano una crescita degli occupati per un totale di 600mila unità negli ultimi due anni.
Chi ha ragione?
Difficile dirlo, quando ognuno usa i numeri pro domo sua, come avviene spesso nel dibattito politico italiano.

Confrontare i dati dell'Inps con quelli dell'Istat, infatti, vuol dire un po' mettere assieme le mele con le pere. Le statistiche dell'istituto della previdenza misurano infatti
il numero di contratti di lavoro cessati e attivati in un determinato periodo, indipendentemente da chi è stato a farlo.
Nel corso dell'anno, per esempio, uno stesso lavoratore potrebbe aver attivato più di un contratto a tempo determinato o indeterminato, cioè può essere stato licenziato in un'azienda e riassunto subito dopo in un'altra, oppure può avere avuto due contratti a tempo determinato nella stessa azienda.

I dati dell'Istat, invece, misurano effettivamente il numero di persone che, in un certo periodo, risultano avere un'occupazione e non sono più alla disperata ricerca di un impiego.


Legge di stabilità 2017: le cose da sapere

Fatte queste premesse, verrebbe dunque da dare ragione ai difensori del Jobs Act, visto che i dati dell' Istat sembrano fotografare meglio il mercato del lavoro di quelli dell'Inps.

Peccato, però, che il primo a usare le cifre in maniera un propagandistica sia stato proprio il presidente del consiglio.

Lo scorso anno, infatti, l'istituto nazionale della previdenza registrava un vero e proprio boom dei contratti di lavoro a tempo indeterminato che, nel dicembre del 2015, hanno avuto addirittura
un incremento del 67%, grazie agli incentivi concessi dal governo a chi reclutava un nuovo dipendente in maniera stabile. Non appena sono usciti quei dati, il premier Renzi non ha esitato a propagandare via Twitter la bontà del Jobs Act.

Ora che gli incentivi alle assunzioni sono diventati meno generosi, i contratti a tempo indeterminato registrano invece un calo di quasi il 33% su base annua. E così, piuttosto che arrivare i tweet di Renzi, adesso arrivano quelli dei suoi oppositori, tutti uniti contro il Jobs Act.

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