Mario-Draghi
Economia

La fine della recessione in Italia è merito di Draghi

Il Pil torna a crescere. Grazie soprattutto, come ribadisce l’Istat, al lancio del Quantitative easing della Bce. Determinante il secondo trimestre

L’Italia è fuori dalla recessione. Almeno così dicono i dati preliminari dell’Istat, che ieri ha certificato che il Pil italiano nel primo trimestre dell’anno è cresciuto dello 0,3% su base congiunturale e dello 0,0% su base tendenziale. E tutti a saltare sul carro del vincitore, senza però analizzare a fondo le componenti del dato in questione. Per l’economia italiana il peggio sempre essere passato, ma sarebbe un errore pensare che sia solo merito delle dinamiche interne. Senza le azioni della Banca centrale europea (Bce), l’uscita dalle sabbie mobili non sarebbe stata possibile.

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Le interpretazioni

“I fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni”, diceva Friedrich Nietzsche. Un’aforisma che si adatta anche all’economia, specie quando un agente del sistema deve interpretare i dati statistici che giungono. E così, mentre buona parte del governo guidato da Matteo Renzi esulta per il risultato e se ne prende i meriti, a Francoforte, sede della Bce, fanno lo stesso. Invero, è l’istituzione condotta da Mario Draghi che deve festeggiare. La domanda di credito è in aumento, così come l’offerta. Il morale di imprese e famiglie è tornato a essere positivo. Gli ordini industriali sono in crescita. E anche import ed export hanno ripreso a girare più o meno regolarmente in tutta l’area euro. Per adesso, il piani di Draghi sembrano produrre gli effetti sperati. 

La crescita congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di una sostanziale stazionarietà nei servizi Istat


Le aspettative

I dati sull'uscita della recessione potete leggerli qui. Ma, oltre i numeri, è utile controllare cosa sia successo nei primi tre mesi dell’anno, specie per comprendere quali possono essere stati i driver principali di un incremento della domanda interna. E così, emerge che il 22 gennaio la Bce ha annunciato il suo piano di acquisti di titoli pubblici e privati da 60 miliardi di euro al mese fino al settembre 2016, il Quantitative easing (Qe). Un programma di stimolo monetario a lungo richiesto dai mercati finanziari e dagli agenti economici della periferia dell’eurozona. Un Qe che è ufficialmente partito solo il 9 marzo, ma che ha mostrato i suoi effetti benefici fin da subito, agendo sulle aspettative. Traduzione: se un imprenditore era restio su un investimento prima dell’annuncio del Qe, per colpa di un ciclo economico incerto, dopo il 22 gennaio può aver cambiato idea sull’onda dell’euforia della maxi liquidità fino al 2016. 

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I fattori di crescita

Del resto, una settimana fa, la'Istat ha sottolineato che dal punto di vista comportamentale il Qe è stato un toccasana. “Nei primi mesi del 2015 i fattori esogeni in grado di fornire un impulso alla crescita (Qe, discesa dei prezzi dei beni energetici, deprezzamento del cambio) hanno alimentano il miglioramento del clima di fiducia delle famiglie e delle imprese”, faceva notare. E non solo: “Ci si attende che tali fattori continuino a esercitare una azione di stimolo per l’economia anche per i prossimi mesi. Il deprezzamento del cambio è atteso favorire le esportazioni mentre la bassa inflazione sosterrà i consumi. Il mercato del lavoro migliorerà gradualmente”.

E ancora, Istat spiega che “le prospettive di breve termine indicano una ripresa dei ritmi produttivi, legata sia all’impulso favorevole delle componenti esogene, come l’evoluzione positiva del ciclo internazionale e il deprezzamento del cambio dell’euro, sia alla ripresa delle componenti di domanda interna, sostenute dal basso livello dei prezzi del settore energetico e dall’atteso miglioramento delle condizioni del credito”. Tutti fattori che porteranno il Pil italiano a crescere dello 0,7% in termini reali nell’anno in corso, dell’1,2% nel 2016 e dell’1,3% nel 2017. E sempre Istat ricorda che “l’attuale scenario previsivo incorpora le ipotesi relative agli effetti positivi delle migliori condizioni di accesso al credito generate della politica monetaria della Bce”. 

Nei primi mesi del 2015 i fattori esogeni in grado di fornire un impulso alla crescita hanno alimentano il miglioramento del clima di fiducia delle famiglie e delle imprese Istat

I meriti del Qe

Tutto merito del Qe? Non solo, certo. Ma in gran parte si, come faceva notare anche la Banca d’Italia, per voce del suo governatore Ignazio Visco, lo scorso febbraio. Secondo l’istituto di Via Nazionale il Qe della Bce permetterà al Pil italiano di registrare una crescita superiore allo 0,5% nell’anno in corso (in precedenza la stima era al +0,4%) e all’1,5% nel prossimo anno (la previsione pre-Qe era all’1,2%). E non è una sorpresa che dopo Bce, Banca d’Italia, Istat e Fondo monetario internazionale, anche la Commissione europea abbia rivisto al rialzo le prospettive di crescita del Pil italiano. Sarebbe stato drammatico, per la credibilità dell’istituzione guidata da Draghi, il contrario, a fronte della maggiore operazione di stimolo mai lanciata nell’area euro. 

Il Pil italiano registerà una crescita superiore allo 0,5% nell’anno in corso e all’1,5% nel prossimo anno Banca d’Italia


La recessione è davvero finita?

Quale sarà il futuro per il Pil italiano? Molto dipenderà dal meccanismo di trasmissione degli stimoli del Qe al sistema creditizio. In altre parole, da come la politica monetaria della Bce si trasferirà all’economia reale. Per ora i primi segnali, giunti dal Bank lending survey (Bls) di aprile della Bce, sono incoraggianti, dato che la dinamica del credito è sulla via del miglioramento. Ma per avere la sicurezza di essere finalmente fuori dalla recessione in via definitiva, bisognerà attendere i dati del secondo trimestre. Le possibilità di una doccia fredda sono basse, complice l’ombrello protettivo della Bce, ma non bisogna mai sottovalutare gli eventuali shock esogeni che possono urtare l’economia globale. E uno di questi si chiama Grecia. 

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