Lavoro

Lavoro, perché essere troppo fedeli a se stessi non paga

Abbiamo troppe sfaccettature, non possiamo essere coerenti con tutte, sempre. Sono i valori nei quali crediamo che devono guidarci

over50

Alessandro Pegoraro

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"Io sono quella/o che sono e faccio le cose come credo sia giusto farle. Non ho nessuna intenzione di cambiare atteggiamento o mentalità solo per compiacere qualcuno. Io sono un persona autentica..."

Quante volte una collega o un collega ci hanno deliziato con la loro “Dichiarazione di Autenticità”?

E sono sicuro che la maggior parte di noi ha pensato, con un malcelato senso di colpa: "Però, che brava/o! E’ bello essere se stessi in tutte le situazioni. Io invece...”

Consoliamoci. Secondo Adam Grant, della Wharton School dell’Università della Pennsylvania - autore di Originals - , essere se stessi non è affatto una ricetta sicura per il successo, anzi.

A difesa della sua tesi, cita ben 136 studi condotti, negli ultimi decenni sui luoghi di lavoro secondo cui chi si arrocca sulla propria “autenticità” non solo riceve valutazioni di gran lunga inferiori alla media ma addirittura ha qualche problema a essere promossa/o a ruoli dirigenziali.

Parafrasando Aristotele, Adam Grant ribadisce che l’autenticità, come ogni virtù va presa a giuste dosi: poca non va bene ma troppa danneggia.

Fuori di metafora, sul posto di lavoro quali sono le controindicazioni di un eccesso di autenticità?

Il rischio di essere troppo “rigidi”. Secondo Herminia Ibarra dell’università di Harvard, la necessità di essere fedeli a se stessi riduce la nostra capacità di apprendimento e di adattamento all’ambiente circostante, limitando il nostro potenziale di sviluppo.

Aprirsi troppo. Molti ricerche sottolineano come condividere troppe cose di noi (emozioni, convinzioni, giudizi) invece di facilitare i rapporti professionali può addirittura pregiudicarli. Ricordo ancora un gruppo di colleghi Senior per età e grado che, senza rinunciare al “Lei”, collaboravano con grande impegno a beneficio di tutti. Ormai in pensione, uno di loro mi confessò che in Comitato di Direzione si “odiavano cordialmente” ma che l’azienda veniva prima delle considerazioni interpersonali. Altri tempi...

Far sentire gli altri inadeguati. Sembra quasi un paradosso, ma i capi che espongono con troppa forza la loro “tavola delle legge” mettono i membri del loro team in una sorta di soggezione psicologica - “io non sarò mai all’altezza” - che non li stimola certo a dare il meglio.
Per uscire da questa impasse, Grant suggerisce di preferire la sincerità all’essere autentici a tutti i costi.
Può sembrare una sfumatura capziosa, ma non è così: significa invece evitare le roboanti dichiarazioni d’intenti, peraltro difficili da rispettare, e concentrasi sul diventare la “versione migliore di noi stessi”, implicitamente accettando anche i nostri limiti.
A nessuno fa piacere lavorare con chi si sente “unto dal Signore”. L’imperfezione ci rende umani: la gente capisce e ringrazia.
Non ultimo, se anche gli altri si sforzano di fare altrettanto nell’organizzazione, migliora, e di molto, il clima aziendale.

“Abbiamo troppe sfaccettature” conclude professor Grant. Essere fedeli a tutte è impossibile. La cosa migliore che possiamo fare è impegnarci il più possibile per praticare i valori nei quali crediamo.

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