Recessione Eurozona, il peso dell’austerità non è uguale per tutti

Il Fmi ha ammesso l’errore. E la Brookings Institution di Washington ha rifatto i calcoli. Scoprendo che tagli alla spesa o più tasse hanno effetti minimi in Germania ma devastanti in Italia e Spagna.

Credits: Elaborazione grafica di Stefano Carrara

Marco Pedersini

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I «compiti a casa», l’espressione con cui il cancelliere Angela Merkel ricorda simpaticamente che bisogna tirare la cinghia, non sono uguali per tutti. O meglio: l’austerità non pesa per tutti allo stesso modo. Se si fa lo stesso taglio in Italia e in Germania, gli effetti recessivi sulla nostra economia saranno molto più pesanti. Per la precisione, secondo i calcoli che la Brookings Institution di Washington ha fatto per Panorama, l’effetto sull’Italia sarà 26 volte superiore. Sulla Spagna, addirittura 32 volte.

Il calcolo si basa sul moltiplicatore fiscale, una variabile che indica l’impatto che una politica fiscale ha sul pil. Considera molti aspetti e «tende a variare in base al periodo e al paese» precisa Domenico Lombardi, economista con lunga esperienza al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale che oggi coordina la ricerca sull’eurozona e che ha diretto il calcolo dell’istituto di ricerca americano. Se si sanno maneggiare gli ultimi dati del Fmi, le sorprese sono tre. «La prima è che il moltiplicatore dell’Italia è altissimo, assieme a quello della Spagna» dice Lombardi. «La seconda è che quello della Germania è bassissimo. Quindi nel breve periodo l’impatto della stessa manovra fiscale ha risultati devastanti per la crescita nei primi due paesi, ma trascurabili nel terzo».

Dopo avere suggerito (e in qualche caso imposto) grandi sacrifici a Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia, il Fmi si è accorto che il moltiplicatore era sbagliato. E di molto. L’ha ammesso lo stesso capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, in un suo studio: «La scoperta è che, per prevedere la crescita delle varie economie, abbiamo sistematicamente usato moltiplicatori fiscali troppo bassi. Dall’inizio della crisi a oggi».

Spiega Lombardi: «Sembra solo un dettaglio tecnico, per convenzione si assumeva un moltiplicatore fiscale pari circa a 0,5. Ora, in generale, il dato è più alto quando l’economia è in recessione, le imprese e le famiglie faticano ad accedere al credito, i tassi d’interesse sono bassi e il tasso di cambio alto. Adesso in Italia è 2,10. In Spagna 2,60». Ben più dello 0,5, sotto al quale sta soltanto la Germania (0,08).

I frutti dell’errore sono sotto gli occhi di tutti: la medicina a base di tagli e nuove tasse non ha migliorato le economie dell’eurozona, che forse sono più ammalate di prima. «La lezione è semplice» conclude Lombardi «il consolidamento fiscale va effettuato tenendo conto delle specificità delle singole economie, limitando gli effetti depressivi dei sacrifici con politiche compensative. Finora, in Europa, si è pensato molto ai primi e poco alle seconde».

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