Euro

Perché Mario Draghi è sempre più potente

Altro che fronda dentro la Bce. Il presidente ribadisce che la Bce è pronta a nuove misure di supporto all'economia. E sui dissidi interni smorza i toni

Altro che fronda contro l’attuale metodo decisionale. Mario Draghi è sempre più saldo sulla poltrona più altra della Banca centrale europea (Bce). I dissidi interni al board dell’istituzione di Francoforte, riportati nei giorni scorsi da Reuters, sembrano essere superati. O meglio, Draghi ha ribadito che ogni decisione, comprese quelle recenti, è stata presa all’unanimità. Che poi ci siano delle divergenze di opinione, poco importa: fa parte del processo dialettico. Ciò che conta è che il Governing council della Bce ha ribadito di essere pronto a nuove misure non convenzionali nel caso quelle attuali non siano abbastanza incisive. 

La politica monetaria resta invariata

Tassi invariati, al minimo storico, e una rassicurazione: la Bce è pronta mettere in campo altri strumenti di politica monetaria per supportare l’eurozona. Draghi continua nel suo ruolo di market maker per gli investitori internazionali, amplificando il tenore della forward guidance, le indicazioni prospettiche, della banca centrale che guida. Una frase su tutte lascia presagire che l’Eurotower possa adottare misure ancora più straordinarie. “Si è assistito a un indebolimento della crescita e ci sono segnali che indicano una revisione al ribasso delle previsioni economiche”, ha detto l’ex governatore della Banca d’Italia. Una frase che testimonia quanto sia elevato il pericolo che la deflazione e la stagnazione non lascino l’area euro nel medio termine. Del resto, le ultime stime macroeconomiche pubblicate dalla Commissione europea non lasciano spazio all’ottimismo.

 

Niente dissidi

Il timore più grande, alla vigilia della riunione odierna, è che potesse emergere quel fronte anti-Draghi che aveva fatto capolino sulle agenzie di stampa internazionali negli ultimi giorni. Secondo quanto riportava Reuters, diversi membri del Consiglio direttivo della Bce non condividevano i metodi di Draghi. Non proprio una novità. Come accaduto per il discorso del 26 luglio 2012, quello del “Whatever it takes”, e come successo prima del simposio di Jackson Hole, Draghi non aveva rivelato ai suoi colleghi i dettagli di ciò che avrebbe presentato. Una strategia usata per evitare speculazioni e prese di posizione prima dell’effettività delle scelte. Ma anche una strategia che, secondo le fonti anonime riportate da Reuters, avrebbe creato diversi malumori all’interno dell’Eurotower. Oggi, tuttavia, i malumori non sono stati rilevati. Anzi.

Siamo pronti, entro il nostro mandato, a fare di più Mario Draghi

L’opzione del Quantitative easing 

Le parole di Draghi sono state chiare e in linea con quanto precisato nei mesi scorsi. “Se rimaniamo entro il nostro mandato, possiamo usare una varietà di strumenti”, ha detto. In pratica, ha confermato ciò che gli operatori finanziari si attendevano. La Bce può andare oltre le attuali armi, ovvero le Targeted longer-term refinancing operation (operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine, o Tltro) e gli acquisti di covered bond e di titoli cartolarizzati, ovvero Asset-backed security (Abs) e Residential mortgage-backed security (Rmbs). L’attuale pacchetto di misure può fornire circa 1.500 miliardi di euro alle banche dell’area euro. Ma nel caso non fosse abbastanza per riattivare i canali del credito verso le piccole e medie imprese, specialmente nell’eurozona periferica, la porta del Quantitative easing (Qe) a tutti gli effetti, cioè l’acquisto di titoli di Stato come fatto in tre riprese dalla Federal Reserve statunitense, è sempre aperta. 

Gli stratagemmi di Mario

Draghi ha infatti spiegato che l’obiettivo, unanime, è quello di espandere il bilancio della Bce fino a riportarlo ai livelli del 2012. In pratica, un’espansione di circa 1.000 miliardi di euro. Per farlo, il Governing council ha incaricato lo staff della Bce a una rigorosa preparazione delle possibili ulteriori misure (il Qe, per esempio, ndr) da adottare nel caso la congiuntura lo richiedesse. Il tutto con buona pace della Bundesbank guidata da Jens Weidmann. Il banchiere centrale italiano ha fatto notare che qualunque azione potrebbe andare bene, a patto che si resti all’interno dei limiti posti dallo statuto della Bce. “Se non si tratta di monetizzazione del debito, siamo entro il nostro mandato”, ha spiegato. E come stratagemma ha usato l’inflazione, di molto al di sotto del target, l’unico secondo il mandato di Francoforte, del 2 per cento. Un trucco che ricorda quello usato per il lancio delle Outright monetary transaction (Omt), nel settembre 2012. In quell’occasione, Draghi utilizzò la rottura del meccanismo di trasmissione della politica monetaria - al taglio dei tassi della Bce non corrispondeva una riduzione dei tassi d’interesse dei prestiti verso le imprese erogati dagli istituti di credito della periferia dell’area euro - come chiavistello per far passare un meccanismo di acquisto di titoli di Stato dietro condizionalità. Ora la deflazione, quindi il non raggiungimento dell’unico obiettivo dichiarato della Bce, potrebbe essere la chiave di volta per la presentazione del Qe in versione europea. Il machiavellismo di Draghi, a quanto pare, non solo non ha limiti, ma nemmeno rivali. 


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