Euro

Perché la Grecia potrebbe uscire dall'euro

Poco spazio alle negoziazioni nel bilancio statale. Nel 2015 Atene deve restituire 21 miliardi e potrebbe averne 7 di prestiti. Ma Tsipras non li vuole...

Marco Cobianchi

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Nessuno, Alexis Tsipras per primo, vuole che la Grecia esca dall’euro. Ma è possibile che questa eventualità si presenti ugualmente, al di là delle intenzioni di ciascuno degli attori coinvolti. E a dirlo sono i numeri.

Complessivamente quest’anno Atene dovrà restituire circa 21 miliardi di euro alle istituzioni finanziarie che l’hanno sostenuta negli anni scorsi. Di questi 21 miliardi, le voci più importanti sono rappresentate da 6 miliardi in interessi maturati e 8,4 miliardi in capitale da restituire al Fondo Monetario Internazionale. A fronte di questi, il premier uscente Samaras ha ottenuto la promessa di incassare, sempre dal Fmi e sempre nel corso del 2015, 7 miliardi di euro, che non sono ancora stati consegnati e che dovranno essere oggetto di ulteriore trattativa. Dei 21 miliardi che la Grecia deve restituire, in diverse scadenze da diversi importi, 1,5 scadono a marzo e 4,5 ad aprile. Il bilancio pubblico consente alla Grecia di affrontare questa scadenza così ravvicinata? A prima vista no. Nel 2014 l’avanzo primario è previsto che sia positivo per circa 3 miliardi di euro e di 3,3 nel 2015: cifre strabilianti, considerato che nel 2009 il deficit era di 25 miliardi, ma insufficienti a far navigare in acque tranquille il Paese. La Grecia, in altre parole, ha ancora bisogno di prestiti internazionali. E questo è il problema.

Alexis Tsipras, leader del partito dato vincitore, Syriza, non vuole uscire dall’euro, ma appena eletto, se vincerà davvero lui le elezioni del 25 gennaio, dovrà affrontare il problema della restituzione di 1,5 miliardi che scadono a marzo, proprio nel momento peggiore visto che proprio a marzo la banca centrale greca prevede che il deficit statale sarà di 1 miliardo (che verrà riassorbito nei mesi successivi). La sua idea è quella di rinegoziare il debito o allungando la scadenza oppure tagliando di netto il monte interessi che viene chiesto al Paese. Una negoziazione di questo tipo è lunga, complessa e delicatissima perché da una parte nessun creditore intende dare anche solo la minima impressione che quella rinegoziazione equivalga a un default (mentre, invece, gli assomiglia molto), mentre il futuro governo di Tsipras non può permettersi, appena arrivato al potere, restituire 1,5 miliardi sull’unghia senza ottenere dalla troika o un allungamento dei tempi o una riduzione degli interessi.

Ma anche se il Fmi accettasse di sedersi al tavolo e negoziare, che cosa chiederà in cambio alla Grecia per venire incontro alle sue richieste? Finora lo scambio è sempre stato: soldi in cambio di riforme che si traducevano in licenziamenti dei dipendenti pubblici, riduzione delle protezioni sociali e privatizzazioni. Tsipras, leader della sinistra radicale, non lo può accettare. Ed ecco il punto di rottura: un compromesso sarà necessario, ma è anche difficilissimo prevedere quale potrà essere.

I numeri dicono, insomma, che la Grecia, se non cede alle richieste della troika e non accetta nuovi prestiti, difficilmente riuscirà a ripagare i propri debiti e questo porta inevitabilmente al default all’impossibilità, per un certo numerto di anni, di accedere ai mercati internazionali dove piazzare i suoi titoli di Stato. Le banche internazionali hanno già immaginato uno scenario di questo genere e per questo stanno già da tempo testando dei software in grado di “gestire” la rottura della zona euro e un Grexit che nessuno vuole ma che tutti temono sia inevitabile. 

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