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Mps: vincitori e vinti di un pasticciaccio brutto

Nata nel 1472, la banca senese ora dovrà raccogliere capitali per 2,1 miliardi di euro, ma lascia strascichi pesanti e difficili da cancellare

Una storia plurisecolare distrutta in pochi anni. Per Banca Monte dei Paschi di Siena il lieto fine è lontano. E quella che si deve raccontare è una favella in cui i perdenti sono ben più dei vincitori. Sono passati troppi secoli da quel 27 febbraio 1472 in cui venne fondata MPS. E sono passati troppi scandali, troppe malversazioni, da quell’8 novembre del 2007, giorno in cui Rocca Salimbeni ha annunciato di aver acquistato Antonveneta, dal Banco Santander, per 9 miliardi di euro. Sette anni dopo, la situazione è ancora quella che è: fragile, precaria, incerta. 

MPS ha bisogno di nuovi capitali per 2,1 miliardi di euro Banca centrale europea

Chi ha perso di più

Chi ha perso di più, come è facile immaginare, sono gli azionisti e i correntisti della banca. Sia in termini monetari sia in termini di stress e ansia sul futuro dell’istituto di credito. Ma c’è un’altra categoria di perdenti in quel pasticciaccio brutto che è la recente storia di MPS. Si tratta dei regolatori. Chi doveva vigilare lo ha fatto poco e male. I responsabili sono tutti, nessuno escluso, nessuno esente da colpe. Ne ha la Banca d’Italia, la quale aveva ravvisato squilibri e malversazioni in tempi non sospetti, ma che non ha spinto sull’acceleratore della ristrutturazione forzata. Certo, i vincoli all’azione erano molti. Eppure, la sensazione è che si poteva e si doveva fare di più. Nello specifico, mutare un sistema di governance capace di rendere sempre più fragile la banca e mettere a rischio il futuro dei clienti. A metà 2012, nel pieno dello scandalo che ha coinvolto la banca, quello legato ai contratti Alexandria e Santorini, la Banca d’Italia aveva condotto una perquisizione negli uffici di MPS. Era stata ravvisata l’esigenza di raccogliere nuovi capitali. Poi, il declino. Il 28 novembre 2012 la banca annuncia al mondo che ha bisogno di 3,9 miliardi di euro di Monti bond, particolari titoli dotati di garanzia statale. 500 milioni in più delle previsioni. 

 

I vigilanti?

Di colpe ne ha anche la Consob. Come disse il presidente Giuseppe Vegas nel 2012 al quotidiano Il Messaggero, “il 6 giugno 2012 ricevemmo una nota (della Banca d’Italia, ndr) nella quale si riportava che con la controparte Nomura il Monte dei Paschi aveva posto in essere nello stesso periodo la ristrutturazione dell’investimento Alexandria e la successiva operazione in Btp”. Nei mesi successivi, tuttavia, la Consob non mosse un dito. Ma si sapeva da mesi che qualcosa non andava a Rocca Salimbeni. Vegas spiegò che “il 2  agosto 2011 un esposto anonimo segnalava strane transazioni con soggetti esterni all’istituto. Si trattava  di transazioni per un totale di 3 miliardi di titoli di Stato poste in essere dalla banca con una sola controparte, vale a dire Nomura”. Sulla base di questo esposto anonimo fu aperto un fascicolo e un accentramento “attraverso richieste di informazioni dirette alla banca, che però ci tacque sempre la connessione esistente fra l’operazione Alexandria e il successivo investimento in Btp”. Omessa vigilanza? Semplici ostacoli normativi che impedivano il corretto svolgimento degli accertamenti? Quello che è certo è che a perdere è stata la credibilità dell’intero sistema di sorveglianza. Infatti, come ha fatto notare Lorenzo Dilena su Linkiesta nel febbraio 2013, “a dire una parola definitiva su queste operazioni, anziché la Consob, è stata una società di consulenza chiamata dal Monte dei Paschi, la Eidos Partners”. Quantomeno bizzarro. 

Da Consob niente altri interventi su Mps Giuseppe Vegas, numero uno di Consob

Il ruolo (nuovo) della Bce 

Fra i perdenti a metà ci sono anche le istituzioni europee che dovevano controllare e gestire gli squilibri bancari. Quindi, Banca centrale europea (Bce), Commissione Ue e European banking authority (Eba). Ed è proprio sulla spinta, anche ma non solo, dello scandalo MPS che nel giugno 2012 fu lanciato il progetto, completato oggi, della supervisione bancaria centralizzata, il Single supervisory mechanism (Ssm). Ora la vigilanza su MPS spetta a un quintetto composto da Daniele Nouy, Sabine Lautenschläger, Ignazio Angeloni, Julie Dickson e Sirkka Hämäläinen. Sopra di loro, il presidente della Bce, Mario Draghi. E le verifiche saranno giornaliere, come ha spiegato l’Eurotower a fine settembre. Nello specifico, per gli istituti più significativi (fra i quali rientra MPS, ndr), la competenza sarà delle Direzioni generali di vigilanza microprudenziale I e II, i cui responsabili sono Stefan Walter e Ramón Quintana. Il pugno di ferro sarà utilizzato senza scrupoli, fanno sapere i funzionari della Bce, e solo il tempo dirà se la correzione in corsa sulla vigilanza bancaria, centralizzata per evitare shock sistemici, sarà un successo. 

L'Europa ci ha penalizzato Fabrizio Viola, ad di MPS

Il futuro

E tra i vincitori? Forse solo uno, cioè Alessandro Profumo, già amministratore delegato di UniCredit e alla guida della banca senese dal 27 aprile 2012, insieme con Fabrizio Viola. Una volta entrato nelle sale di Rocca Salimbeni, si è messo a ripulire ciò che poteva. Una sorta di spazzino. Il peso della Fondazione MPS è stato ridotto e sarà ancora minore dopo l’aumento di capitale da 2,1 miliardi di euro che si è reso necessario dopo il Comprehensive assessment della Bce. Siena si dice serena e ribadisce che non ci saranno problemi a trovare nuovi fondi. Nonostante ciò, la strada verso la tranquillità è ancora lunga. 

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