Lavoro: i quattro punti dell'Europa e le briciole per l'Italia

Ecco come le decisioni del Consiglio Europeo potrebbero fare da moltiplicatore al decreto del Governo Letta sul lavoro

Enrico Letta al Consiglio Europeo di Bruxelles (Credits: EPA/JULIEN WARNAND)

Stefano Cingolani

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"A little help from my friends", cantavano i Beatles in Sgt. Peppers. Ebbene, l'aiuto che gli amici europei hanno dato a Enrico Letta è davvero piccolo piccolo. I fondi per l'occupazione salgono da sei a otto miliardi di euro (forse qualche briciola in più), ma non saranno utilizzabili subito, bisognerà attendere l'anno prossimo e provvedimenti che trasformino gli impegni finanziari in fatti concreti. All'Italia toccherà dai 500 agli 800 milioni, briciole rispetto alle necessità. Soprattutto perché manca una politica economica che rilanci la domanda interna. Questo è il vero vuoto al centro dell'Europa.

Senza domanda non ci sono investimenti, senza investimenti non c'è occupazione. Gli incentivi hanno un ruolo importante, ma soprattutto per aprire spazi di lavoro a chi oggi è ai margini. In mancanza di crescita, le assunzioni dei giovani andranno a scapito dei licenziamenti degli anziani e della popolazione in piena età lavorativa. Guardando le cifre sulla disoccupazione, si vede chiaramente che quella giovanile è un problema serio, gravissimo, ma di natura strutturale, di lunga durata, quella in età matura è di carattere congiunturale, cioè deriva direttamente dalla recessione. Ciò è vero anche per l'Italia, basta leggere la relazione annuale della Banca d'Italia o le analisi dell'Istat. Lo sa bene Enrico Giovannini, ministro dl lavoro, che fino a poco fa ha guidato l'Istituto di statistica.

Dunque, i provvedimenti presi da Letta su proposta dello stesso Giovannini, non servono? No. Piuttosto sono alcune gocce nel mare. Hanno avuto senza dubbio una funzione positiva sul piano politico perché hanno messo l'Italia in posizione centrale nel Consiglio Europeo, trasformando l'occupazione giovanile nel primo punto dell'agenda. Il governo non ha risorse, quindi ha fatto bene a concentrarsi su due priorità che incidono potenzialmente sulla recessione: non aumentare le imposte e attaccare la disoccupazione che, arrivata al 12 per cento, rappresenta davvero un'emergenza nazionale. Nell'un caso e nell'altro gli strettissimi margini di manovra sollevano dubbi e interrogativi. Per le tasse, siamo solo a un rinvio. Per l'occupazione a un meccanismo anche un po' laborioso che incide sull'offerta a domanda invariata.

Le decisioni europee si articolano in quattro punti:
1) dal primo gennaio 2014 ed entro due anni verranno smobilitati gli otto miliardi, con priorità alle aree e ai paesi dove la disoccupazione supera il 25%: la Spagna, il mezzogiorno d'Italia, la Grecia. Non sono erogazioni a pioggia, ma basate su programmi precisi che fanno perno sull'apprendistato e la formazione, entro 4 mesi dalla fine della scuola o dalla perdita del lavoro;
2) un nuovo strumento finanziario insieme alla Bei (Banca europea per gli investimenti) che grazie a un forte effetto leva potrebbe mobilitare fino a cento miliardi di euro e aiutare fino a un milione di imprese;
3) la Bei grazie al recente aumento di capitale da dieci miliardi di euro potrà aumentare i propri finanziamenti a progetti precisi fino a 150 miliardi;
4) infine verrà incentivata la mobilità infra-europea grazie al sostegno dell'Erasmus e a progetti di formazione professionale.

Ciò potrebbe fare da moltiplicatore al miliardo e mezzo dedicato in Italia all'occupazione giovanile. Il perno è l'incentivo fiscale (650 euro per giovani sotto i 29 anni) a chi assume a tempo indeterminato e a certe condizioni. Proprio queste ultime sono state giudicate complesse e farraginose dagli industriali: i candidati debbono essere disoccupati da più di sei mesi, debbono avere una o più persone a carico e un titolo di studio non superiore alla scuola dell'obbligo. L'intento è intervenire sulla fasce più disagiate. L'incentivo dura 18 mesi per le nuove assunzioni, 12 se si tratta di trasformare il precariato in occupazione stabile.

Insomma, si vuole gettare un ponte che consenta di superare la bassa congiuntura: il governo spinge con soldi pubblici finché non riparte la domanda, poi le imprese dovranno fare da sole. Economisti delle più diverse scuole e dottrine sono perplessi. E tutti convergono su due domande chiave: se non produce perché un'azienda dovrebbe assumere? E se produce, vende e guadagna, perché i contribuenti dovrebbero aiutare gli imprenditori?

Non solo. Nonostante venga riconosciuto che Elsa Fornero ha sbagliato nel buttare il bambino (i contratti temporanei) con l'acqua sporca (il ghetto del precariato), si ricade nel mito del posto fisso. Invece, tutti i paesi in cui la disoccupazione giovanile è bassa se non minima (come in Scandinavia e in Germania) tutti i nuovi posti di lavoro per i giovani sono a fronte di contratti flessibili o part time. Ma ciò è vero anche per due terzi dei nuovi occupati in Francia, il paese delle 35 ore e del sindacalismo radicale.

L'Italia stessa ha attraversato la più grande rivoluzione occupazionale (definizione di un economista non di destra né liberista come Innocenzo Cipolletta) con la creazione di tre milioni di posti di lavoro dal 1998 al 2008 grazie ai co.co.co. È vero che stavano diventando un parcheggio permanente, fonte di sfruttamento ed emarginazione. Quindi bisognava intervenire per evitare gli abusi. Tuttavia, irrigidire il mercato, per di più in piena recessione, ha provocato l'immediato colpo di coda del quale hanno fatto le spese i giovani, prima precari e mal pagati, adesso disoccupati.

In conclusione, molti studiosi del mercato del lavoro invitano il governo a non mettere in moto una controriforma e a non chiudere il dossier con interventi che, se pure hanno il pregio di gettare sassi nello stagno, non sono in alcun modo una soluzione.

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