La verità sul sistema pensionistico in Grecia

L'età pensionabile ufficiale è nella media Ue. Ma ci sono 580 professioni "usuranti", tra cui parrucchieri, anchormen e bancari, che smettono a 50 anni

Tsipras

Angela Merkel e Alexis Tsipras – Credits: AFP PHOTO / ALAIN JOCARD

Paolo Papi

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Il problema del sistema pensionistico greco non è l'età pensionabile ufficiale, che nel nel 2013 è stata portata a 67 anni per gli uomini e per le donne che avessero almeno quindici anni di contributi versati o 62 anni con 40 anni di contributi versati, in perfetta media europea. Il problema del sistema pensionistico greco, in un Paese dove storicamente l'erogazione di prebende è stato un modo per mantenere il consenso, è l'esistenza di un numero senza eguali di deroghe all'età pensionabile riferite a lavori cosiddetti usuranti. In tal caso l'età pensionabile scende fino a 55 anni per gli uomini e 50 per le donne, un'anomalia di cui i primi ad accorgersi dovrebbero essere i leader della nuova Grecia.

Tra coloro che possono andare in pensione anticipatamente, secondo il vecchio sistema retributivo in vigore in Italia fino alla fine degli anni 90, non  ci sono soltanto (e passi) minatori, sminatori, lavoratori dell'edilizia, vigili del fuoco, tutte categorie professionali che nel corso della loro vita lavorativa - comunque la si pensi - svolgono un lavoro comunque molto faticoso. Ci sono - tra quelli che godono di trattamenti privilegiati -  anche parrucchieri (a causa dell'inalazione di sostanze chimiche), suonatori di strumenti a fiato (per il riflusso gastrico), anchormen televisivi e radiofonici (per i batteri presenti sui microfoni), per fare alcuni tra gli esempi più frequentamente citati sulla stampa internazionale. In tutto, scrive il New York Times, 580 categorie professionali cosiddette usuranti che di fatto annacquano la legge sull'età pensionabile ufficiale in Grecia, al punto da renderla (quasi) una burletta.


 

TRAPPOLA DEL DEBITO
È vero quello che dice Alexis Tsipras: i pensionati hanno pagato un prezzo molto salato (in termini di retribuzioni reali ridotte dal 15% per le pensioni più basse fino al 44% e tagli orizzontali delle tredicesime) nel corso dei quattro anni di commissariamento de facto del Paese. Il punto, politico e sociale, è che in un Paese come la Grecia - dove l'industria privata è fragile a causa anche delle scellerate scelte della sua classe dirigente e la disoccupazione è al 26% sulla media della popolazione, salendo drammaticamente al 50% tra gli under 25 - le pensioni hanno costituito e costituiscono l'unico autentico ammortizzatore sociale per quasi metà della popolazione. La principale fonte di reddito per il 49% delle famiglie, contro il 36% che vive invece grazie ai ricavi da lavoro.

I vecchi in sostanza mantengono i giovani e, senza le loro pensioni, giuste o sbagliate che siano, la crisi sociale esploderebbe in tutta la sua fragorosa distruttività. Senza contare gli effetti macroeconomici  di un ulteriore taglio dei privilegi come chiede la Troika: meno consumi (perché il secondo lavoro in nero è assai diffuso tra i baby pensionati), più recessione, aggravamento dello stato dei conti pubblici. La classica trappola del debito: per risanare il bilancio (e pagare gli esorbitanti interessi sui titoli di Stato) bisogna tagliare. Ma tagliando le spese , senza un contestuale piano di rilancio e di investimenti, si riducono i consumi e dunque si peggiorano le condizioni finanziarie del Paese, con il risultato che ottenere ulteriore credito (per ripagare le vecchie tranche di prestiti o pagare le pensioni a lavoratori pubblici e pensionati) costerà sempre più caro.

In pratica, il Paese è condannato al declino e, prima o poi, senza ristrutturare il debito, uscirà dalla moneta unica. In genere, quando un'azienda privata si trova nella cosiddetta trappola del debito, dove buona parte dei ricavi finiscono nel pagamenti di interessi esorbitanti, c'è solo una strada: dichiarare fallimento. Quando la trappola del debito riguarda uno Stato, e in particolare uno Stato come la Grecia dove l'export è molto debole e il Paese deve importare gran parte dei beni di consumo, la questione si fa più complessa non solo per gli effetti di trascinamento su tutti gli altri Paesi Ue, ma anche perché un ritorno alla dracma produrrebbe nel breve-medio periodo una iperinflazione che fatalmente colpirebbe gli stessi cittadini, specie i più poveri. Non esattamente un grande affare, né per i greci né per i creditori con cui Tsipras sta cercando di contrattare condizioni più favorevoli.

CHE FARE?
Tra le proposte avanzate dalla Troika al governo greco c'è la cosiddetta abolizione del fondo Ekas, un contributo aggiuntivo per duecentomila pensionati al minimo in Grecia per aumentare il loro assegno mensile a 700 euro al mese, una cifra ben superiore a quella che percepiscono - per dirne una - i nostri pensionati di vecchiaia al minimo.

Anche in questo caso, è chiaro, il governo greco deve fornire risposte chiare e strategiche, per rimettere in equilibrio il sistema pensionistico. Ma per farlo, ed evitare la trappola del debito, deve essere messo nelle condizioni finanziarie e politiche per poterlo fare. Con un taglio degli interessi, oggi al 15% sui titoli di Stato? Con una moratoria sulle tempistiche e sulle scadenze? Con una ristrutturazione globale del debito dei Paesi dell'area sud del Mediterraneo? Se vogliamo che la Grecia stia nell'euro, e faccia ciò che deve fare senza accampare scuse, da qui non si scappa. Ristrutturare il debito per renderlo sostenibile e consentire un piano per rilanciare la disastrata economia nazionale, e al contempo riforme, riforme, riforme, un po' di lacrime e un po' di sangue. La strada - a parole - sarebbe anche semplice. La domanda è questa: ci sono ancora in Europa, e anche in Grecia, leader che abbiano la statura dei grandi statisti, anziché dei contabili? Qui i dubbi sono molti. Ad Atene come a Bruxelles.

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