Finanza, si salvi chi può

Draghi che interviene più volte in difesa dell’euro. I tassi in rialzo. I focolai in Portogallo e Argentina. L’abbassamento del rating all’Italia. Si prepara una torrida estate sui mercati. E Tremonti avverte: questa volta il fuoco si spegnerà con i soldi delle famiglie

Una banconota di dollari americani (Credits: Getty Images)

Pino Buongiorno

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Giulio Tremonti non ci tiene per niente a essere la Cassandra di turno. Vorrebbe tanto avere il dono della lieta novella e invece guarda la realtà da disincantato osservatore e si dice assai preoccupato. «Vedo un’unica crisi, iniziata nel 2008 e inframmezzata da più o meno lunghi periodi di tregua» dichiara a Panorama il senatore-professore, già ministro del Tesoro. «La prima fase è iniziata con la crisi della finanza privata ed è stata gestita con la finanza pubblica. La tregua è durata 3 anni.

Nel 2011 la crisi si manifesta in una nuova forma: crisi sovrana di alcuni stati, crisi dei bilanci pubblici, crisi nel sistema bancario. Questa seconda fase è stata governata con i soldi delle banche centrali, stampando moneta o comprando titoli tossici. Oggi ci sono elevate chance di arrivo di una terza forma della crisi, che si pianifica di gestire con l’utilizzo forzoso dei risparmi delle famiglie e dei popoli. È stato infatti esaurito l’armamentario delle vecchie medicine e non si è fatto nulla per agire sulle cause del male: mettere sotto controllo la massa monetaria che, prendendo la forma di una montagna magica, è cresciuta vertiginosamente. Negli anni Ottanta la massa finanziaria internazionale era più o meno di 500 miliardi di dollari. Oggi è salita oltre i 70 trilioni di dollari.

Con la globalizzazione abbiamo superato tanto i confini geografici quanto i confini fisici. La ricchezza non è determinata più dalla natura, dalla manifattura, dal petrolio, dai prodotti. È creata e “derivata” artificialmente con i computer, sulla rete, la patria della finanza globale». Il rischio? «Abbiamo comprato, si fa per dire, tempo. Il sistema può crollare in qualsiasi momento. Oggi va di moda il Portogallo. Ma può essere altro o altrove. La follia del tempo presente si vede nell’inversione del messaggio. Quando i dati dell’economia reale sono buoni la finanza crolla perché è segno che finirà la droga da cui è sostenuta. Quando i dati sono negativi, la finanza va su. Il mondo non può girare all’incontrario per un tempo indefinito».

La domanda è una sola: si avvicina un’altra estate rovente sui mercati finanziari come quella di due anni fa, che potrebbe colpire, ancora una volta, i paesi della periferia dell’Europa, il cosiddetto Club Med composto da Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, alla quale l’agenzia Standard & Poor’s ha appena tagliato il rating del debito (da BBB+ a BBB)?

Uscendo dall’Eurogruppo, a Bruxelles, la sera di lunedì 8 luglio, Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, è stata chiara: «L’Eurozona è ancora vulnerabile a eventuali nuove tensioni». Lo stesso Mario Draghi è costretto a ripetere a ogni conferenza stampa il mantra dell’estate 2012: «Siamo pronti a usare anche misure non convenzionali per difendere l’euro». Il governatore è arrivato ad annunciare per due volte in pochi giorni che la Bce continuerà a mantenere i tassi d’interesse all’attuale livello dello 0,5 per cento, o anche più basso, «per un esteso periodo di tempo». E questo proprio mentre la Federal reserve americana, con una comunicazione sembrata intempestiva agli stessi investitori istituzionali, faceva sapere che avrebbe potuto ridurre nel 2014 gli acquisti di bond del Tesoro dall’attuale soglia di 85 miliardi di dollari al mese. La conseguenza è stata il panico generalizzato con il brusco ritorno della liquidità negli Stati Uniti. I tassi di interesse reali si sono impennati e potrebbero presto raddoppiare dall’1,6 per cento del mese di aprile.

Né lasciano presagire nulla di buono il rinvio dell’unione bancaria europea, le vendite record di bond esteri da parte degli investitori giapponesi e la guerra fra Wall Street e la Casa Bianca, che resiste alle richieste di Bruxelles di includere la regolamentazione dei servizi finanziari negli accordi di libero scambio fra Usa ed Europa, perché teme che le grandi banche americane possano aggirare le regole più rigide previste negli Stati Uniti.

Se dagli economisti e dai decisori politici passiamo agli operatori di borsa e ai gestori dei patrimoni, l’aggettivo più comune che si accoppia alla situazione economica dei paesi del Mediterraneo è «fragile». «C’è un trend negativo che dura da un po’ di tempo. Il rialzo dello spread ne è un sintomo» assicura Edoardo Liuni, fondatore della Trading room Roma. «La speculazione è sempre in agguato e tutto è legato alle scadenze in Germania: la decisione della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità degli acquisti dei titoli di stato da parte della Bce e le elezioni federali del 22 settembre».

Un po’ meno allarmisti sono i trader della Kairos, una delle principali società di gestione patrimoniale in Italia, che però confermano il ruolo chiave di Berlino. «La speculazione internazionale si muove da tempo guardando al faro di Angela Merkel» dice uno dei partner. «Se la cancelliera segnala una maggiore collaborazione verso i governi periferici in difficoltà, allora i grandi fondi speculativi si fermano. Appena ritorna a far luce sull’austerità, ecco che azzannano».

Di questi tempi Merkel, in piena campagna elettorale, sembra mostrare almeno in pubblico il volto tranquillo dell’europeista, magari trattando a tu per tu con il governo spagnolo, portoghese o greco e bypassando la Commissione europea, accusata di aver ceduto armi e bagagli alla Francia, consentendole un lungo rinvio sul rientro del deficit. La parte del cattivo è affidata alla Bundesbank, che tiene nel mirino «la politica monetaria troppo accomodante» di Draghi. È un doppio binario che non stabilizza i mercati.

Se poi da Roma e da Milano si va a Londra, al numero 33 di Grosvenor place, negli uffici inglesi della Mediobanca, lo scenario dipinto è ancora più fosco. Qui, fra gli altri, operano 12 analisti e tre venditori specializzati della Mediobanca securities, che coprono dalla City più di 60 società quotate in tutto il mondo. Li coordina Antonio Guglielmi, un economista originario di Polignano a Mare, il paese di Domenico Modugno. L’ultimo rapporto confidenziale, che porta la data del 17 luglio, è tanto corposo (88 pagine) quanto dirompente. Firmato da Guglielmi assieme all’equilty analyst di Milano Riccardo Rovere, il rapporto ha allarmato i maggiori investitori perché prevede addirittura la bancarotta dell’Italia in assenza di crescita nel prossimo semestre. Fin dalle prime battute Guglielmi fa il verso a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il celebre autore del Gattopardo, per sostenere che «in Italia tutto cambia per non cambiare nulla».

La crisi sembra addirittura «peggiore di quella del 1992» e «potrebbe costringere l’Italia a una richiesta di salvataggio all’Unione Europea entro i prossimi sei mesi». «Per l’Italia il tempo è una risorsa molto scarsa. Cinque anni in recessione significano che l’economia si avvia verso il peggio con la cassa integrazione passata a più di 1 miliardo di ore contro i 185 milioni di ore del 2007». Tutto potrebbe precipitare, sostengono gli analisti della Mediobanca securities, in presenza di una nuova impennata dei rendimenti dei titoli di stato (cosa che sta accadendo dopo l’annuncio della Fed). Per superarla occorrerebbe una manovra da 75 miliardi con un prelievo una tantum sul 10 per cento degli italiani più ricchi (43 miliardi di euro), con l’aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie e con il recupero dei capitali esportati all’estero (almeno 20 miliardi).

«La politica del wait and see», dell’aspetta e spera, sottolinea Guglielmi «è dannosa». Anche perché sono in arrivo tempeste di fuoco difficilmente domabili: «La potenziale bancarotta dell’Argentina, il probabile fallimento della Slovenia, il rischio ricorrente dell’appoggio parlamentare per il governo di Enrico Letta e lo sblocco delle misure di allentamento monetario della Fed».

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