I punti su cui si gioca l'equilibrio dell'Europa

Dalla riforma della governance all'unione bancaria: tutte le distanze da colmare tra Germania, Francia e i paesi dell'est

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Sostenitori pro Unione Europea a Berlino - 8 aprile 2018 – Credits: Carsten Koall/Getty Images

Stefano Cingolani

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Il discorso di Emmanuel Macron al parlamento europeo, con i suoi accenti drammatici (“l’Europa rischia una guerra civile”, ha detto) è la ideale prosecuzione retorica della sua allocuzione alla Sorbona quando lanciò il “grande progetto” per rivitalizzare l’Unione europea. Con l’intervento di martedì, il presidente francese ha voluto risvegliare la Germania colpita da una sorta di letargia che ha contagiato anche Angela Merkel. All’onda neo-nazionalista il presidente francese ha contrapposto una “sovranità europea”, alla “democrazia autoritaria, l’autorità della democrazia”. Sull’altra riva del Reno, invece, sta prevalendo un eccesso di realismo che invita a non fare il passo più lungo della gamba. 

Il “motore franco-tedesco” s’è ingolfato, secondo Macron, perché non ha avuto abbastanza gas, mentre a Berlino pensano, al contrario, che il piede si sia posato troppo a lungo sull’acceleratore. La cancelliera ha replicato che al consiglio europeo di giugno darà risposte concrete; a Parigi sono convinti che stia menando il can per l’aia. Il settimanale tedesco Der Spiegel scrive che Angela Merkel copre le proprie resistenze dietro l’esigenza di convincere il parlamento e l’ha definita “Madame Non”.

L’impazienza francese non deriva solo dall’ambizione giovanile del presidente; non è una questione di carattere, nemmeno di carattere nazionale. Macron ha vinto un anno fa raccogliendo attorno a sé una coalizione anti-populista, un’alleanza trasversale tra destra e sinistra perché l’offensiva veniva dalla destra di Marine Le Pen (soprattutto), ma anche dalla gauche radicale di Jean-Luc Mélenchon, tuttavia nessuno si fa illusioni: è stata eretta una diga, l’onda però resta ancora alta, lo dimostra l’esito delle elezioni politiche in Italia per non parlare del trionfo di Orbàn in Ungheria. Macron è convinto che la risposta migliore sia lanciare in alto la palla, Merkel, invece, teme che si tratti di una velleitaria fuga in avanti. Ma su quali tavoli in concreto si gioca la partita?

“Un sistema economico e finanziario più forte rafforza la democrazia”, ha detto il presidente francese. Dunque, la questione chiave è riformare la governance dell’euro zona come contributo decisivo per dare una maggiore legittimità democratica alle istituzioni dell’Unione; il secondo tavolo riguarda la difesa, o meglio la politica estera e di sicurezza che la guerra in Siria ha portato drammaticamente in primo piano.

Proprio qui è apparsa incolmabile la distanza tra Francia e Germania (con Roma in questo caso allineata a Berlino). Tuttavia il solco è molto ampio anche sugli altri due dossier perché la Germania rischia di chiudersi in se stessa e appare timorosa di prendere iniziative che Macron chiamerebbe coraggiose e la Merkel azzardate.

I punti in gioco

Prendiamo il Fondo monetario europeo. La proposta di trasformare il meccanismo europeo di stabilità in una istituzione indipendente che sia nello stesso tempo guardiano e regolatore dell’equilibrio finanziario, è venuta da Wolfgang Schaeuble, l’ex ministro delle finanze tedesco, oggi presidente del Bundestag. La Francia puntava piuttosto sulla istituzione di un ministro delle finanze dotato di poteri d’intervento e sostenuto da un bilancio consistente e Macron aveva rilanciato questa idea alla Sorbona. Poi, di fronte alle resistenze tedesche e dei paesi del nord Europa, aveva accolto il fondo monetario europeo come un utile compromesso. Gli sherpa francesi, così, hanno presentato alcune proposte sui suoi compiti e i suoi poteri, restando convinti che il Fme dovesse avere una investitura politica e non solo tecnica come invece nella versione tedesca.

Adesso, anche su questo Berlino tira il freno: in un discorso davanti ai gruppi parlamentari della Cdu e Csu, la cancelliera ha detto che il fondo dovrebbe nascere attraverso un cambiamento del trattato e non invocando la clausola di emergenza come chiesto da Jean-Claude Juncker e da Macron. Campa cavallo. Di ministro delle finanze non se ne parla, tanto meno di mettere a disposizione risorse consistenti. Piuttosto, i tedeschi vorrebbero espandere l’eurogruppo che comprende i ministri finanziari e affidargli il compito di guardiano dei bilanci e della stabilità.

Ristagna anche il completamento dell’unione bancaria con l’istituzione di un fondo comune per garantire i depositi: i tedeschi temono di pagare con i loro quattrini i paesi più deboli (Italia, Grecia, Spagna). Lo stesso vale per la proposta italiana di una indennità di disoccupazione europea per favorire la creazione di un mercato unico del lavoro. Sull’immigrazione, infine, Francia e Germania sono ancor più lontane.

Le distanze da colmare

Le distanze, dunque, rischiano di diventare enormi. È solo una questione di tempo come sembra suggerire Angela Merkel la quale vuole avere la possibilità di far digerire il boccone all’opinione pubblica, al suo partito strattonato dalle componenti conservatrici e a un partito socialdemocratico attratto dalle sirene populiste? Può darsi. Tuttavia Macron è convinto che mai come adesso il tempo sia tiranno, perché mai come adesso la tirannia ha rialzato la testa in Europa. E alle elezioni del maggio 2019 le forze europeiste non possono presentarsi con un pugno di mosche in mano.

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