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Ecco perché la Bce continua ad aiutare la Grecia

Se la banca centrale decidesse di staccare la spina, Atene uscirebbe dall’eurozona. Una scelta tecnicamente possibile, ma politicamente improbabile

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Fabrizio Goria

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Nel corto circuito negoziale fra la Grecia e i creditori internazionali c’è un attore che finora è risultato essere determinante. È la Banca centrale europea (Bce) guidata da Mario Draghi che sta tenendo in piedi il sistema bancario del Paese. Non è chiaro, tuttavia, fino a quando potrà essere l’ultima stampella per Atene. Per ora c’è una data precisa, il 30 giugno, giorno in cui scade l’estensione di quattro mesi del programma di salvataggio varato nel 2012. Dopo, in assenza di un nuovo accordo, si entrerà in terre inesplorate. 

Quanto fornisce la Bce ad Atene

A oggi la Bce fornisce alle banche greche 76,9 miliardi di euro tramite l’Emergency liquidity assistance (Ela), il canale di liquidità emergenziale a cui è stato dato il via libera per evitare il crac del sistema bancario ellenico. Questi soldi sono fondamentali per la sopravvivenza del Paese, ma più si allungano i tempi per un accordo fra il governo guidato da Alexis Tsipras e il Brussels Group composto da Fondo monetario internazionale (Fmi), Bce, Commissione Ue e European stability mechanism (Esm), più si avvicina la resa dei conti per Atene.

La Bce fornisce alle banche greche 76,9 miliardi di euro tramite l’Emergency liquidity assistance Bce

Il punto di vista tecnico...

Tecnicamente, la Bce può staccare la spina alla Grecia in qualunque momento. Il supporto agli istituti di credito del Paese fornito tramite la banca nazionale ellenica, ovvero l’Ela, è sottoposto a una revisione bisettimanale. Come spiega il manuale di procedura del’Ela, le erogazioni sono effettuate “a favore di un’istituzione finanziaria solvibile o di un gruppo di istituzioni finanziarie solvibili che si trovino ad affrontare temporanei problemi di liquidità, senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unica”. Traduzione: le banche greche possono accedere all’Ela solo se sono solvibili e se la scarsità di liquidità è temporanea. Il tutto per evitare di tenere in vita degli istituti di credito zombie. Ma non solo.

L’uso dell’Ela è concesso solo in presenza di adeguati asset a garanzia. Come fa notare il manuale, la banca centrale greca deve fornire alla Bce informazioni riguardo “le garanzie reali/personali a fronte delle quali l’Ela è stata/sarà conferita, inclusa la valutazione delle attività stanziate in garanzia e l’applicazione di eventuali scarti e, se del caso, informazioni dettagliate circa le garanzie personali e i termini di eventuali salvaguardie contrattuali”. E se le garanzie sono pochi, come nel caso della Grecia, più passa il tempo più diventa complicato raccoglierne abbastanza per consentire l’approvazione dell’Ela. 

... e quello politico

Politicamente, di contro, è difficile che la Bce stacchi la liquidità assistenziale. Dato che era ed è indipendente, non può assumersi la responsabilità di non erogare l’Ela per mettere pressione al governo Tsipras, a meno che non vengano meno le condizioni base per l’approvazione di questo strumento. Il rischio è duplice. Una scelta finanziaria di tal genere farebbe crollare il sistema bancario del Paese. Già oggi la dinamica dei flussi di depositi in uscita dagli istituti di credito ellenici è elevata, ai ritmi del 2012, e potrebbe diventare insostenibile per la banca centrale greca senza il sostegno dell’Ela. Più aumenta l’incertezza, più si velocizza il ritiro dei depositi, più il Paese entra in un limbo pericoloso, quello in cui è dentro l’eurozona solo nominalmente.

La fine dell’Ela avvicinerebbe la Grecia all’uscita dall’eurozona UBS

L’incognita 

Dal punto di vista meramente politico, la Bce si metterebbe nella posizione, assai scomoda, di aumentare lo stress sul governo ellenico. Con buona pace dell’indipendenza. Più i depositi fuggono, più le banche greche soffrono, più nei cittadini serpeggiano rabbia e frustrazione, meno è il potere politico di Tsipras, che con ogni probabilità sarebbe costretto a indire nuove elezioni. E una nuova tornata elettorale, dopo il fallimento del governo Syriza, potrebbe lasciare spazio alle spinte populiste contrarie a un accordo con i creditori internazionali.

De facto, se la Bce decidesse di staccare la spina dell’Ela, la Grecia sarebbe estromessa dall’eurozona, come fa notare anche la banca elvetica UBS. Primo, perché il supporto alle banche greche sarebbe tutto nelle mani della banca centrale ellenica, e non di tutto l’Eurosistema. Secondo, perché in caso di collasso degli istituti di credito greci, il governo si troverà in una situazione emergenziale sul fronte della liquidità. Delle due l’una: o si ripagano i debiti ai creditori internazionali o si sostengono le banche del Paese o si pagano stipendi pubblici e pensioni. Ed è su quest’ultimo punto che la decisione radicale della Bce sull’Ela potrebbe avere l’impatto più pesante e costringere il governo a erogare salari e pensioni sotto forma di cambiali, attivando quindi un doppio sistema di pagamento nel Paese. In altre parole, si entrerebbe in un territorio nuovo, e carico di rischi, per l’intera area euro. E la gestione di questa incognita potrebbe non essere così fluida come molti policymaker pensano. 

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