Crisi Grecia: perché l'Europa ha scelto la linea dura

Non dare proproghe ad Atene serve a infondere la paura di un crack. Ma si distrugge un'idea di Europa che ascolta e si lascia spazio a nuovi estremismi

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Un graffito dello street artist Cacao Rocks in una strada di Atene: "L'Europa senza la Grecia è come una festa senza droghe" – Credits: ANGELOS TZORTZINIS/AFP/Getty Images

Marco Cobianchi

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L’Europa ha negato alla Grecia di prorogare per un’altra settimana il programma di aiuti che avrebbero permesso di fare arrivare il popolo greco più tranquillamente al referendum del 5 luglio. Significa che il cordone ombelicale finanziario che lega l’Europa ad Atene, quello che ha permesso a quest’ultima di sopravvivere a se stessa con conti pubblici insostenibili, terminerà martedì sera. E questo significa anche che il giorno più nero per Atene non sarà lunedì mattina ma mercoledì mattina quando le banche non avranno più euro da distribuire attraverso i bancomat.

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Si tratta di una pressione sul popolo greco da parte dell’Europa che vuole fare assaggiare che cosa significa aver rotto le trattative e non avere accettato le condizioni (il premier Alexis Tsipras le chiama “ultimatum”) che l’Eurogruppo ha sottoposto al governo di Atene. Fare assaggiare il terrore del caos di un crack dello Stato potrebbe convincere chi è contrario all’austerity a cambiare idea e a votare a favore delle proposte europee, dopo aver visto che l’alternativa è molto peggiore. Questo è il motivo per il quale l’Europa ha negato di proseguire il programma di sostegno alla Grecia ancora per 5 giorni dopo averlo fatto per ben 5 anni.

Quello che si sta giocando in Europa è, insomma, un gioco al massacro dove massacrata è non solo la Grecia, ma l’idea di un’Europa diversa da quella che è: che non permette ad un popolo di esprimersi in un clima di serenità (per quanto possibile) sul proprio futuro e che fa aumentare non solo e non tanto il consenso verso i partiti euroscettici, ma anche la presa sui cittadini greci di partiti radicali di destra come Alba Dorata, che sta vivendo una seconda giovinezza.

 

Dopo le trionfali dichiarazioni di solo una settimana fa del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, che aveva annunciato via Twitter la positiva “quasi-conclusione” delle trattative per la concessione di ulteriori aiuti, e dopo la diffusione, con tempismo sospetto, di un sondaggio in base al quale il 70% dei greci voleva restare nell’euro, l’Eurogruppo si è quindi sentito abbastanza forte da proporre alla Grecia nuove misure restrittive, con il pieno appoggio del Fondo Monetario Internazionale guidato dalla signora Lagarde: alfiera di un’austerità i cui effetti positivi sono contestati addirittura dal capo economista dello stesso Fmi Olivier Blanchard.

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Tra queste misure una delle più inaccettabili consisteva nell’aumento dell’Iva nelle isole greche, comprese quelle a bassissimo tenore di vita. Per dare l’idea di quanto anche solo questa misura avrebbe danneggiato il Paese basti pensare che è come se l’Italia decidesse di aumentare l’Iva selettivamente nelle Regioni del Mezzogiorno sperando che questo porti ad un aumento dell’attività economica e a una crescita del gettito fiscale. Tonnellate di studi economici dimostrano il contrario. Ma a Bruxelles o non li conoscono o la volontà di schiacciare l’economia già in disarmo di un Paese in crisi ha preso il sopravvento sulla ragionevolezza e il buon senso.

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