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Crisi Grecia, perché è (anche) nelle mani di Mario Draghi

La Banca centrale europea darà un contributo decisivo per evitare il peggio: sostegno agli istituti greci, Quantitative easing, e l'Omt

Andrea Telara

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Ancora una volta, il destino dell'euro è aggrappato a lui: Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea (Bce), che sta giocando un ruolo determinante pure nella complicatissima crisi della Grecia. Mentre il popolo ellenico è chiamato a votare domenica prossima, in un referendum che sta per trasformarsi in un derby tra l'euro e la vecchia dracma, il presidente della Bce è impegnato faticosamente su più fronti, per tenere le fila di una situazione che rischia di ingarbugliarsi sempre di più, almeno sui mercati finanziari.

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Banche a singhiozzo
Il primo fronte riguarda le banche greche, costrette alla chiusura per una settimana e a un contingentamento dei prelievi di contante al bancomat, limitati a soli 60 euro giornalieri per ogni correntista.

Il premier greco Tsipras ha accusato la Bce di tenere volutamente a singhiozzo gli istituti di credito del suo paese, mentre avrebbe potuto aumentare la liquidità a loro disposizione, tramite il programma Ela (Emergency Liquidity Assistance). Draghi, però, ha annunciato nei giorni scorsi che i fondi Ela a disposizione delle banche elleniche restano limitati a 89 miliardi di euro, come stabilito in precedenza.

Si tratta di un'apertura di credito molto parziale nei confronti della Grecia, che costringe il governo di Atene ad adottare misure di emergenza, come appunto la chiusura delle banche per arginare la fuga di capitali.

Con questo scenario di fondo, è chiaro quali timori serpeggino tra i cittadini preoccupati per i propri risparmi e il peso che tali paure possono avere sull'esito del referendum di domenica, dove Tsipras rischia grosso, qualora si affermassero i sì.

Proprio per questa ragione, il premier ellenico ha puntato il dito contro la Bce, forse dimenticandosi che Draghi, all'interno della banca centrale, ha un compito tutt'altro che facile: deve per forza di cose ammorbidire i falchi, cioè i rappresentanti delle autorità monetarie del centro-nord Europa come Hans Weidman, presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca. Senza la presenza e l'autorevolezza di Draghi, probabilmente i falchi del nord avrebbero vita più facile nel direttorio della Bce e le banche elleniche molti più problemi di adesso nell'approvvigionarsi di liquidità.

Il paracadute del Qe
L'altro fronte che vede impegnato Draghi è quello della battaglia contro gli spread, i differenziali di interesse tra i titoli di stato tedeschi (Bund) e quelli dei paesi periferici come la Spagna, il Portogallo e l'Italia. Nel 2012, quando l'Eurozona sembrava vicina alla disgregazione, i prezzi dei buoni del tesoro italiani e spagnoli colarono a picco, facendo aumentare i loro rendimenti, cioè gli spread con i Bund.

In questi giorni, benché la Grecia sia sull'orlo del fallimento, gli spread sono rimasti attorno ai 150-160 punti base (1.5-1,6%). Il merito è senza dubbio del quantitative easing (Qe) della Bce, il piano di acquisti programmati di titoli di stato dell'area euro, messo in cantiere da Draghi nei mesi scorsi . E' proprio grazie al Qe e agli acquisti della Banca Centrale che, almeno per adesso, gli spread non sono schizzati verso l'alto e non sono tornati ai livelli del 2012, quando veleggiavano sopra i 500 punti base (5%).

L'ultima carta dell'Omt
Non va dimenticato, però, che il quantitative easing di Draghi non può durare all'infinito e si protrarrà probabilmente fino al settembre del 2016. Una volta archiviato il Qe, per salvare qualche paese di Eurolandia in difficoltà resterà solo uno strumento, ideato nel 2012 e di fatto mai utilizzato. Si tratta dell'Omt (Outright monetary transactions, che in inglese significa operazioni monetarie definitive).

È un piano anti-spread con cui la Bce può comprare, senza alcun limite, i titoli di stato dei paesi di Eurolandia che hanno bisogno di sostegni. Come fa notare l'economista Angelo Baglioni, dalle colonne de LaVoce.info, l'Omt è però uno strumento di difficile applicazione, sostanzialmente per un motivo: se vuole beneficiare degli acquisti illimitati di Buoni del Tesoro da parte della Bce, un governo deve chiedere prima aiuto al Meccanismo Europeo di Stabilità (Esm), cioè l'organismo che ha sostituito il Fondo Salva Stati. Il che significa per un paese dover rinunciare a buona parte della propria sovranità economica, per finire sotto la stretta sorveglianza della Troika, cioè del pool di funzionari inviati dall'Ue, dal Fondo Monetario e dalla stessa Bce, che imporrebbero subito una cura lacrime e sangue per i conti pubblici.

Dunque, visto che l'Omt rappresenta un po' un'ultima spiaggia per salvare le nazioni europee in difficoltà, sorge spontaneo un interrogativo: non è che le munizioni a disposizione di Mario Draghi per salvare l'Eurozona, prima o poi, sono destinate  ad esaurirsi?

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