Ecco come Trump sta trasformando il business in un reality show

Oltre a competere sul mercato, le aziende sentono la necessità di compiacere il presidente

Donald Trump

La stella di Donald Trump sulla Walk of Fame di Hollywood – Credits: iStock - TriggerPhoto

Stefania Medetti

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La scorsa settimana, il presidente eletto Donald Trump ha postato l’ennesimo Tweet diretto a una casa automobilistica. Trump, questa volta, ha accusato Toyota di costruire una nuova fabbrica in Messico invece che negli Stati Uniti. Secondo il Tweet, l’azienda avrebbe intenzione di produrre oltre il confine modelli di Corolla per il mercato americano. “Niente affatto! - ha scritto Trump - O costruite una fabbrica negli Stati Uniti oppure pagate alti dazi doganali”. La casa automobilistica ha risposto dal proprio sito: “Toyota fa parte del tessuto culturale degli Stati Uniti da quasi sessant’anni” e, per quanto non abbia accettato le condizioni poste dal futuro presidente americano, ha tenuto a precisare: “Siamo interessati a collaborare con l’amministrazione Trump per servire i migliori interessi dei consumatori e dell’industria automobilistica”.

The Atlantic, che dedica un articolo all’argomento, si chiede per quale ragione Trump tenda ad attaccare in particolare l’industria automobilistica, difendendo poche migliaia di posti di lavoro (tremila, in questo caso), mentre in una qualsiasi giornata media è stato creato un numero analogo se non superiore di posti. Il mercato del lavoro, infatti, ha registrato valori positivi per 75 mesi di fila. La risposta, secondo il magazine americano, ha a che fare con il simbolismo dell’industria automobilistica: “Trump ha costruito il successo della sua candidatura sulla nostalgia per l’era dell’industria manifatturiera e sulla promessa di restituire posti di lavoro in questi settori”.

Un nuovo conflitto di interessi

Il punto è che i messaggi lanciati finora sembrano essere calibrati più per un’influenza politica personale che per un’efficacia economica. Trump, infatti, sembra avere un interesse personale nel segnare vittorie politiche, come il mantenimento della produzione interna, anche a costo dell’efficienza. E’ facile, dunque, immaginare come le aziende si possano sentire pressate da due forze opposte: quella dei propri interessi economici che hanno per oggetto scelte strategiche determinate dalla globalizzazione (il Messico, per esempio, ha accordi commerciali di libero scambio con 45 paesi, mentre gli Stati Uniti si limitano a venti) e il desiderio di compiacere il nuovo presidente i cui commenti, improvvisi e incontrollati, possono arrecare danno al business. 

In base a quanto ha dimostrato finora, dunque, il neo-presidente considera parte del suo compito valutare e giudicare le scelte delle aziende e decidere cosa sia accettabile e cosa no, sulla base della situazione e non delle scelte politiche della sua amministrazione. Ma una fra le conseguenze di un presidente che si comporta come un sovrano assoluto è che i business che vogliono competere e prosperare sono spinti - come in un reality show - a compiacere i suoi desideri, con il rischio di pagarne il prezzo sui bilanci.


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