Economia

Cinquant'anni fa scoppiava l'autunno caldo. E finiva il Miracolo economico

Nel 1969 scadevano 32 contratti collettivi di lavoro in un Paese già in preda alla contestazione giovanile e alle proteste violente. Ecco che cosa accadde

Guido Fontanelli

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Cinquant’anni fa. Esattamente il 20 giugno del 1969: quel giorno il governo, presieduto dal democristiano Mariano Rumor, approva la bozza dello Statuto dei lavoratori che verrà licenziato dal Parlamento, con molte modifiche, nel maggio di un anno dopo. È il tentativo della politica di rispondere con una serie di nuovi diritti alle pressanti richieste che arrivano dalle fabbriche in subbuglio. Ma non basta. E a settembre esplode l’Autunno caldo. Una stagione di proteste durissime, condite dall’ideologia anti americana e anti capitalista, che investe soprattutto la grande industria e che lascerà un segno profondo nella nostra società. Racconta Franco Amatori, professore ordinario di Storia economica all’Università Bocconi di Milano: «Tutto ha inizio alla Fiat di Torino nel settembre del 1969 quando in 800, nella più grande fabbrica d’Italia, scioperano spontaneamente per un contrasto con l’azienda relativo al passaggio di qualifica e la Fiat risponde con la cassa integrazione per 25 mila operai. Il sindacato riesce a porsi alla guida della lotta e a ottenere la revoca delle sospensioni, un successo che consente, sullo slancio, di aprire la vertenza per il contratto nazionale che sarebbe scaduto a fine anno».

In quei mesi sono in scadenza ben 32 contratti collettivi di lavoro: oltre cinque milioni di lavoratori dell'industria, dell'agricoltura, dei trasporti e di altri settori rivendicano riduzioni dell’orario di lavoro e aumenti salariali. Le proteste si moltiplicano, a metà novembre si contano già 250 milioni di ore di sciopero in tutte le categorie, un record mai raggiunto negli ultimi dieci anni. Gli industriali presi alla sprovvista cedono, abbandonati da una politica debole e intimoriti da un clima generale di lotta al sistema: da un anno gli studenti occupano le scuole e le università, le manifestazioni invadono le città e il Paese sembra sull’orlo di una vera rivoluzione. I sindacati dei metalmeccanici ottengono un nuovo contratto che fissa l'orario di lavoro a 40 ore settimanali, con una riduzione di 4-5 ore: un risultato senza precedenti in Italia e in Europa.

Aumenti uguali per tutti

Accanto a richieste legittime, come la riduzione dell’orario, il diritto all’informazione sulle attività dell’impresa o il controllo della nocività dell’ambiente di lavoro, i sindacati cavalcano rivendicazioni assurde, come gli aumenti uguali per tutti (culminate nel 1975 con l’accordo sul «punto unico di contingenza», che aggancia le retribuzioni all’indice del costo della vita) instaurando nelle fabbriche un assemblearismo in stile studentesco. E arrivano a tollerare forme inaccettabili di intimidazione verso i capireparto e proteste violente: il 29 ottobre 1969, in contemporanea con l’apertura del Salone dell’automobile di Torino, un gruppo di scioperanti armati di sbarre e bastoni assalta lo stabilimento di Mirafiori devastando le linee della Fiat 600 e della 850, il reparto carrozzeria e le strutture della mensa.E quando la Fiat individua i 122 operai colpevoli, il ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin costringe l'azienda a ritirare le denunce.

La Cina d'Europa

Questa era l’Italia del 1969, mezzo secolo fa. Un Paese che vede sfiorire il Miracolo economico negli scioperi, nella violenza e nella crisi petrolifera. «Negli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta l’Italia è la Cina d’Europa» ricorda Mario Deaglio, ordinario di economia internazionale presso la facoltà di Economia dell'Università di Torino. «I nostri elettrodomestici, le nostre Lambrette e le nostre 600 invadono l’Europa, è un periodo bellissimo per l’economia». Grazie a una manodopera a basso costo e numerosa proveniente dal Sud (nel quadriennio 1960-1963, il flusso migratorio dal Sud al Nord raggiunge il totale di 800 mila persone all'anno) l’industria italiana può ottenere risultati sbalorditivi in termini di produttività. Ma la nascita del consumismo, il desiderio degli operai di prendersi una fetta del boom, la creazione di fabbriche gigantesche dove il lavoratore ex contadino si sente schiacciato sotto le rigide gerarchie aziendali, gettano le basi per le proteste e le rivendicazioni salariali, che già nel 1963 provocano una prima ondata di scioperi con conseguente aumento degli stipendi e frenata dell’economia. Intendiamoci, il Pil cresce a tassi del 6-8 per cento all’anno, ma negli anni Sessanta imbocca una china discendente. In seguito all’Autunno caldo e al rallentamento delle altre economie mondiali, dopo il 1969 la crescita del Pil frena al 2 per cento per poi rimbalzare a un bel più 7 per cento nel 1972 e quindi crollare sottozero dopo il 1973, abbattuta dalla crisi petrolifera. Dopo il rincaro del petrolio l’inflazione nel 1974 si impenna in Italia al 24,5 per cento e resta sopra all’11 per cento, con punte del 21, fino al 1983. Un boomerang per i sindacati, come sottolinea Amatori: «L’inflazione erode una parte considerevole dell’incremento nominale dei salari, e in sostanza nel corso degli anni Settanta una redistribuzione del reddito fra i gruppi sociali si verifica in misura assai limitata». Il «lungo autunno», come lo chiama Amatori, finisce il 14 ottobre 1980 dove era iniziato: a Torino, con la marcia dei 40mila capi e impiegati Fiat che invocano la fine dei picchetti all’ingresso di Mirafiori, interpretando la voglia di normalità dell’intera forza lavoratrice del Paese.

Una conflittualità più duratura

Ricapitoliamo: negli anni Sessanta e Settanta l’economia italiana cresce del 153 per cento, ad un tasso medio del 4,8 per cento. Nel ventennio successivo aumenta complessivamente del 49 per cento. E negli anni 2000-2018 solo del 4 per cento. La fine del Miracolo è colpa dell’Autunno caldo? Sicuramente le proteste di quegli anni spostano il pendolo del potere nel campo dei sindacati a discapito degli imprenditori. Ma il problema è che i sindacati, in assenza di un forte partito socialdemocratico, colmano un vuoto lasciato da una politica e da una classe imprenditoriale deboli. «Da noi la conflittualità è durata più a lungo che negli altri Paesi» osserva Giuseppe Berta, professore associato di Storia contemporanea all’Università Bocconi. «Non siamo riusciti a far fare al nostro Miracolo il passo successivo: in Gran Bretagna le grandi fabbriche automobilistiche in quegli anni vengono chiuse e si volta pagina. La Corea del Sud, che inizia negli anni Sessanta il suo boom costruendo su licenza le Fiat 124, continua a investire, in particolare nell’istruzione, e oggi è un colosso nell’auto e nell’elettronica». In Francia la protesta dei lavoratori viene in qualche modo assorbita da uno Stato-mamma che governa l’economia con decisione schierandosi a difesa della proppria industria. «L’Italia invece non si è mai assestata su un modello definito, ha seguito una politica ondivaga cercando di venire incontro a tutte le richieste aumentando la spesa pubblica».

Con l'Autunno caldo si è chiusa un’epoca, l'epopea della grande industria. L'economia italiana si è trasformata nel tessuto dei distretti industriali: fatti da aziende piccole e lontane dalle grandi città, dove ormai gli stabilimenti sono giganteschi scheletri vuoti.


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