Web Tax: le conseguenze per i giganti di Internet

La norma è stata approvata dalla Comissione Bilancio della Camera. Francesco Boccia, l'autore, ne è convinto: "Ora alle aziende converrà pagare"

Francesco Boccia

Francesco Boccia – Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Guido Fontanelli

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"Sono stracontento: le mie tesi del 2013 si stanno rivelando corrette. E penso che andranno a regime quando il mondo sarà più giusto, questo è solo un primo passo". Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, sprizza soddisfazione: la stessa commissione ha dato il via libera bipartisan all'emendamento (che porta il suo nome) alla manovra-bis che introduce la "web tax", da lui auspicata da anni, e che prevede l'applicazione della tassazione a tutti i gruppi multinazionali con ricavi consolidati superiori a 1 miliardo di euro e che effettuino cessioni di beni e prestazioni di servizi nel territorio dello Stato per un ammontare superiore a 50 milioni di euro.

Non si tratta di un obbligo ma di una facoltà, per chiudere in anticipo ogni contenzioso con il Fisco. Secondo Boccia questa norma potrebbe far incassare allo Stato italiano circa un miliardo già nel 2017.

Perché è solo un primo passo?
Perché tutti i Paesi dovrebbero superare lo scoglio della definizione di stabile organizzazione di un'impresa e riconoscere che le aziende digitali vanno tassate laddove vendono un bene o un servizio, come tutte le altre aziende. Poiché a questo risultato non siamo ancora arrivati, per l'ostilità di alcuni Paesi come Usa, Irlanda, Lussemburgo, Paesi bassi, abbiamo trovato una scorciatoia prevededo la facoltà per i grandi gruppi internet di fare accordi preventivi con l'Agenzia delle Entrate riconoscendo di avere “stabile organizzazione” in Italia. Al tempo dell’economia digitale non può e non deve più esistere una differenza basata sulla stabile organizzazione. Anche un solo dipendente è "stabile organizzazione" se l’impresa ha ricavi miliardari.

Un modo per stanare chi per ora non si è accordato con lo Stato italiano?
Sì. Mi sono ispirato proprio all'accordo tra Google e Agenzia delle entrate che ha permesso di incassare 306 milioni di tasse per il passato e regolarizzare il futuro. Il principio è chiaro: Amazon non può daneggiare Trony vendendo elettrodomestici in Italia senza pagare le tasse in Italia, e questo vale per Apple con la musica o Google con la pubblicità.

Quindi chi non approfitterà di questa "web tax" rischia di più?
Chi accetta quanto previsto da questa norma riconosce di fatto di avere una stabile organizzazione nel Paese e si adegua. Chi non lo farà, potrebbe esporsi ai controlli del Fisco.

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