Walt Disney ritira le produzioni dal Bangladesh

Per motivi umanitari ma anche economici, la multinazionale americana aggiunge alla lista nera dei paesi in cui lavorare è troppo rischioso anche Bielorussia, Ecuador, Pakistan e Venezuela

Proteste contro lo sfruttamento dei lavoratori in Bangladesh (Credits: MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images)

Claudia Astarita

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Siamo abituati a collegare la Walt Disney alla capacità di regalare un sorriso ai nostri bambini, non allo sfruttamento di lavoratori in condizioni disumane. Fedele a questa immagine consolidata nei decenni, la multinazionale dell'intrattenimento ha deciso di eliminare dalla lista dei propri fornitori alcuni Paesi particolarmente a rischio, in quanto noti per la scarsa considerazione verso i diritti dei lavoratori.

La "lista nera" elaborata dalla Disney comprende nazioni con un'importante industria manifatturiera a basso costo, come la Bielorussia, l'Ecuador, il Pakistan, il Venezuela e il Bangladesh. Proprio i tragici eventi verificatisi in Bangladesh hanno indotto la Disney a procedere. Lo scorso novembre, infatti, un incendio in un'azienda bengalese aveva provocato centododici vittime e, nei magazzini distrutti dal fuoco, erano state ritrovate casse di indumenti con i celebri personaggi di Topolino, Paperino e tanti altri personaggi fra i più amati dai piccoli. Non era risultato alcun collegamento diretto con la fabbrica, ma l'accaduto aveva attirato molte critiche sulla Disney. E a meno di una settimana di distanza nessuno ha ancora dimenticato la tragedia in cui, a fine aprile, sono morti circa cinquecento operai, travolti dal crollo improvviso di una palazzina di otto piani. Persone che, anche in questo caso, lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza, per produrre capi per conto di multinazionali anche italiane.

A marzo Walt Disney aveva preso la sua decisione. Una decisione coraggiosa, ma giusta, lanciando un segnale in favore dei diritti elementari dei lavoratori e, considerando che si tratta di una delle società che investono maggiormente al mondo in forniture esterne per la realizzazione dei propri prodotti (si parla di un giro d'affari pari a circa quaranta miliardi di dollari), potrebbe davvero segnare un'inversione di rotta nei mercati globalizzati.

L'ultima tragedia che ha tolto la vita a cinquecento operai bengalesi ha dimostrato che si è raggiunto il limite: la corsa al risparmio sul costo del lavoro non può più continuare, perché comporta una condivisione di responsabilità fra multinazionali occidentali (e non solo) da un lato, e fornitori nei Paesi emergenti che è sempre più difficile accettare. Visto che i danni di immagine che possono derivare da incidenti come quelli verificatisi in Bangladesh sono enormi - lo stesso Papa Francesco si è espresso al riguardo -, è probabile che sulle motivazioni della scelta presa da Disney abbiano pesato non solo considerazioni umanitarie, ma anche economiche. Ma è il risultato quello che conta:  uno dei maggiori brand del mondo ha lasciato il Bangladesh, che è il secondo esportatore di prodotti tessili dopo la Cina.

Ora vedremo come si comporteranno altre grandi multinazionali. Difficile che in molti scelgano una soluzione drastica come quella di abbandonare la produzione nei Paesi dove le condizioni di lavoro sono peggiori. Tuttavia, alcune grandi compagnie hanno già avviato un percorso per coordinarsi nella promozione dell'innalzamento degli standard delle fabbriche nei Paesi emergenti o in via di sviluppo. Del resto, anche le nazioni che Walt Disney non ha inserito nella sua lista nera non offrono certo standard lavorativi tra i migliori al mondo.

Le iniziative di questo tipo si stanno moltiplicando: l'importante è che gli impegni che verranno presi non restino lettera morta: solo così la scelta di andarsene da determinati Paesi potrà essere giustificata. Anche perché, rimanendo e mantenendo le produzioni, si garantisce il sostentamento di milioni di famiglie sparse per il globo, che dai pur miseri salari di chi lavora in fabbrica traggono la loro principale, spesso unica, fonte di sostentamento, e che da una rapida chiusura degli stabilimenti avrebbero solo da perdere.

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