Startup, i giovani e la fatica di aprirne una

Il primo bilancio delle norme a vantaggio delle imprese innovative fa discutere. Troppo restrittive, inutili complicazioni. Ma dal Ministero dello Sviluppo economico assicurano: la situazione migliorerà

Un giovane a lavoro in una startup (credit: Getty Images)

Giovanni Iozzia

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Quattrocentocinquantatre startup innovative (Sti) in tre mesi sono troppe o poche? Il numero delle imprese iscritte alle Camere di Commercio (aggiornamento Unioncamere al 25 marzo) per ottenere le agevolazioni previste dalla prima legge italiana sulle start up (approvata a fine 2012) fa discutere l’ecosistema della nuova imprenditoria. Non si parla certo di flop ma dopo l’entusiasmo e l’attivismo dell’anno scorso circolano scontento, dubbi e lamentele: certamente il meccanismo legislativo che ha recepito il lavoro svolto dalla task force creata dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera non è perfetto e gli ingranaggi faticano a girare nel verso giusto. «Per come è fatta la legge sono un numero enorme», ha scritto nel gruppo Facebook ItalianStartupScene Alessandro Nasini, “angelo custode” e imprenditore. La vede diversamente Salvo Mizzi, responsabile di Working Capital (Telecom), che sta per lanciare tre nuovi incubatori (a Milano, Roma e Catania; a regime accoglieranno una sessantina di progetti l’anno). E’ perplesso ("i requisiti richiesti tagliano fuori troppe iniziative") e si domanda: «Tanto lavoro per cosi poco?»  

Al ritmo di 150 start up registrate al mese a fine anno dovrebbero essere poco meno di 2.000, osserva Marco Ottolini, ceo di Styloola (una sorta di Pinterest della moda) e animatore di Startuppami. «È un numero che non rispecchia le dimensioni del movimento che coinvolge quasi 30mila giovani», sostiene Gianluca Dettori, investitore con Dpixel, che aggiunge: «Solo noi riceviamo 1500 business plan ogni anno…». Di diverso parere è Gianmarco Carnovale, presidente di RomaStartup, che su Facebook ha scritto provocatoriamente: «Se dovessimo davvero arrivare a 1500 a fine anno, ci troveremmo di fronte a un certo numero di dichiarazioni fasulle per accedere alle facilitazioni. Non dimentichiamo che Israele nota come “Startup Nation” ha prodotto 5mila start up in 10 anni. Non penseremo mica di fare di più?”.

Dipende da cosa si vuol fare. Se l’obiettivo era rendere l’Italia un Paese più ospitale per le startup, come hanno ripetuto per mesi il ministro Passera e i suoi uomini, diciamo che l’accoglienza non c’è per molti e tra richieste di brevetti, presenza di ricercatori in società e definizione dei codici di attività le regole dell'ospitalità non incoraggiano: non sono tra le più semplici e chi dovrebbe applicarle (le Camere di commercio) cerca di farlo con buon senso ma si prende il suo tempo. Dare una forma giuridica al fenomeno fluido delle startup non è facile, soprattutto in Italia dove grande è la capacità di complicare anche le cose semplici, e farlo bene la prima volta era una scommessa difficile da vincere.

Alessandro Fusacchia, coordinatore della task force del ministero, invita alla pazienza. «Un disorientamento iniziale era prevedibile. Non c’è alcuna scadenza e le iscrizioni sono destinate ad aumentare quando il sistema digerirà la normativa e il quadro degli incentivi sarà completo». Appunto. Ancora manca il decreto per gli incentivi fiscali, la certificazione degli incubatori e la regolamentazione del crowfunding, che è in fase di consultazione in Consob. Quando il cerimoniale dell’ospitalità sarà completo, è convinto Fusacchia, la spinta a iscriversi sarà forte. Eppoi, aggiunge, “se qualcosa si blocca, siamo pronti con l'olio”. Intanto, avverte, “vogliamo evitare di diventare noi un collo di bottiglia. Ognuno faccia il suo mestiere. Non possiamo sostituirci a commercialisti, avvocati e Camere di commercio”.

Forse non basterà l’olio e un bravo professionista per ovviare ad alcune incongruenze della legge. Mario Bucolo, fondatore di PhotoSpotLand, un social network per viaggiatori-fotografi, segnala l’assurdità di un modulo di autocertificazione per il futuro: si è cioè costretti a garantire che i soci resteranno stabili per 24 mesi, che il fatturato non supererà una certa soglia e via promettendo. Si tratta di impegni da assumere, quindi, e non certo di un’autodichiarazione come quelle in cui si conferma data e luogo di nascita. Il tunnel della burocrazia è pieno di insidie e forse anche per questo i tempi di accettazione delle richieste nelle Camere di commercio sembrano essere particolarmente lunghi. Le richieste di documenti supplementari sono numerose e molte startup registrate non compaiono ancora negli elenchi ufficiali.

E’ il primo pezzo di un nuovo modo, conclude ottimisticamente Fusacchia. «Noi abbiamo cominciato. C’è stato un grande dibattito, la task force ha lavorato intensamente, c’è una legislazione con dettagli innovativi sui temi del lavoro. Il nuovo governo dovrà raccogliere il testimone, fare i decreti che mancano. Ma non potrà dire che non si può fare nulla”.

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