Natuzzi, ecco il piano per salvare i posti di lavoro

Dopo l’annuncio di 1.700 licenziamenti, i sindacati chiedono di applicare il vecchio programma che prevede ammortizzatori e incentivi

(Credits: Imagoeconomica)

Giuseppe Cordasco

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Una provocazione, una semplice provocazione da lasciar cadere per poter riaprire una trattativa seria. Liquidano così nel mondo sindacale la decisione, resa nota ieri dalla Natuzzi, di voler licenziare più di 1.700 dipendenti degli stabilimenti di Ginosa e Matera. Una scelta che non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco di una situazione che incandescente lo è già da se. In ballo infatti non c’è soltanto il posto di lavoro di qualche migliaio di lavoratori, ma il destino stesso di una zona, il distretto lucano e pugliese del divano, che in circa 20 anni di storia ha ridato orgoglio e dignità professionale a schiere di falegnami e tappezzieri, che ora all’orizzonte intravedono di nuovo il fantasma del nulla.

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“Il sogno di Pasquale Natuzzi – ci racconta Valeriano Delicio, segretario provinciale della Feneal Uil – era quello di democratizzare il divano in pelle, renderlo cioè economicamente disponibile a tutti. Un sogno che in pratica è diventato realtà, grazie alla valorizzazione professionale di una regione in cui praticamente prima non c’era niente”. Ora però questo sogno rischia di trasformarsi in un incubo. Costi della manodopera incomparabili e peso fiscale nettamente inferiore, hanno spinto da tempo infatti la Natuzzi a delocalizzare la produzione verso altri Paesi. Cina, Brasile, Romania, sono queste le realtà dove oggi viene realizzata la fetta maggiore di una produzione che d’altronde ha la sua vocazione maggiore proprio verso l’export, con l’88% dei divani venduti fuori dai confini dell’Italia.

E purtroppo con il tempo non è stato di grande aiuto neanche il valore professionale della manodopera italiana, costituita all’inizio da artigiani di altissimo livello. “Inutile nasconderselo – ammette Delicio –la produzione della Natuzzi si è spostata sempre più verso un’industrializzazione spinta, verso un modello da catena di montaggio dove le qualità specifiche del tappezziere o del falegname nostrano hanno cominciato a contare sempre meno”. In questo senso dunque, produrre a Ginosa o Matera, e farlo in Cina o in Brasile non fa davvero nessuna differenza. “Può avere solo ancora un contenuto di marketing e produrre qualche ritorno pubblicitario –aggiunge Delicio –ma niente di più. D’altronde già ora in Italia e all’estero si producono indifferentemente sia divani con a marchio Natuzzi che quelli Italsofà, il brand di livello inferiore”.

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Date queste premesse per la Natuzzi era dunque necessario rivedere i livelli occupazionali e, in sintonia con i sindacati, era stato messo a punto un accordo di programma siglato qualche mese fa con il governo Monti a fare da intermediario tra le parti. Si mettevano a disposizione risorse per circa 100 milioni di euro, tra contributi per ammortizzatori sociali e incentivi, provenienti dalla Stato, dalla Regione Puglia e dalla Regione Basilicata. “L’intento di questo programma – spiega Delicio – era quello di permettere a nuove imprese, anche non operanti nel settore dei mobili, di entrare nel distretto del divano, e utilizzare a costi ragionevoli manodopera e anche strutture industriali. In questo modo la Natuzzi lentamente e in modo indolore si sarebbe dovuta liberare di quei lavoratori considerati non più funzionali agli attuali regimi produttivi”.

I lavoratori però di andare avanti senza conoscere le reali intenzioni dell’azienda non se la sono sentita, e hanno cominciato a chiedere con insistenza, condita anche da qualche mobilitazione nei singoli stabilimenti produttivi, un piano industriale. Messi alle strette, nel giro di qualche giorno, i manager della Natuzzi hanno partorito il piano in questione, quello presentato ieri, e che in pratica è tutto lacrime e sangue. “E’ evidente infatti che, chiedere 1.700 licenziamenti, con la chiusura di uno stabilimento a Ginosa e due a Matera, rappresenta nient’altro che una provocazione – attacca Delicio –. Noi quindi invitiamo la Natuzzi a ritrovare la calma e a non farsi prendere dalla frenesia, per tornare ad un tavolo di trattativa”.

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E l’appuntamento è stato già fissato per il 5 luglio, quando azienda e parti sociali si ritroveranno al ministero dello Sviluppo economico per rilanciare il dialogo. “In quella sede – annuncia Delicio – noi chiederemo di riprendere l’attuazione, possibilmente velocizzata, del vecchio accordo di programma. E siamo sicuri che arriveremo a una soluzione condivisa, anche perché, e questo va riconosciuto, Pasquale Natuzzi, da sempre,per questioni anche affettive, ha sostenuto di voler mantenere adeguati livelli occupazionali in quella che rappresenta la sua terra d’origine. Noi punteremo anche su questi aspetti emozionali per difendere posti di lavoro in una zona da cui è partito e deve continuare a diffondersi un Made in Italy che ci viene invidiato in tutto il mondo”.

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