Mps, nello scandalo c'è un Chianti Classico di troppo

Tutti i dettagli dell'operazione finanziaria che minaccia di lasciare l'ennesimo buco - Tutto su Mps

L'insegna di una filiale della banca Monte dei Paschi di Siena. (Credits: ANSA/STRINGER)

Stefano Cingolani

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Risparmiatori, consumatori, correntisti, proprietari di case e inquilini, sono sul piede di guerra. Lo scandalo Montepaschi sta prendendo una nuova piega, scende dalle altezze della finanza, dei grandi accordi internazionali, delle “cupole” politico-affaristiche e dei teoremi giudiziari, per toccare gli interessi concreti della gente di Siena, una città piena di storia, ma anche di miseria, che il Monte ha fatto ricca e satolla nell’ultimo secolo.

L’amministratore delegato Fabrizio Viola ha annunciato ai tifosi che finisce la sponsorizzazione della squadra di calcio. Piangono i contradaioli per il Palio. Ma ancora di più si stracciano le vesti quelli che hanno affidato i loro quattrini a “babbo Monte”. La cartina di tornasole di questi rapporti diventati oggi perversi, si chiama operazione Chianti classico .

Tutto comincia con la cartolarizzazione di 683 immobili per 1,7 miliardi di euro in quel 2009 in cui la banca deve raccogliere quattrini per pagare Antonveneta, acquistata per 10 miliardi e 300 milioni di euro. Tecnicamente si tratta di un nuovo intervento per aumentare il patrimonio (si calcola che il Tier 1 potesse salire dello 0,40 per cento) che si aggiunge al prestito Fresh con JP Morgan. Condizione necessaria era che la vendita di case fosse vera e non un paravento. Dunque, Mps cede gli immobili a una società veicolo chiamata Perimetro della quale la banca possiede l’8%. Molto spesso si tratta di sedi e filiali del Monte che, quindi, a questo punto, paga l’affitto a Perimetro. La nuova società non ha i soldi per acquistare i palazzi e si fa finanziare da Mps che trasferisce i fondi a un altro veicolo, la Casaforte srl.

Nel novembre 2010 gli sportelli del Monte propongono ai clienti obbligazioni Abs Casaforte 2040 delle quali non è l’emittente, ma il promotore. Il sottoscrittore paga una commissione e acquista un derivato con un costo pari al 10% del valore nominale. Quanto ci guadagna? Secondo il prospetto informativo, grosso modo quanto un titolo a basso rischio. Il Mps mette a bilancio una plusvalenza di 450 milioni. Ma adesso scatta l’allarme.

Quella che sembrava una bella trovata, rivela pessime sorprese: per rendere appetibili i titoli, infatti, la banca si impegna a ricomprare i titoli, al 96% del loro valore nominale, a chi volesse venderli prima della scadenza. La crisi finanziaria, poi la recessione e adesso lo scandalo, fanno temere una vera e propria ondata di vendite tale da provocare un buco consistente nel bilancio.

Altro che utili. Bisogna, dunque, liberarsi della bomba a orologeria. Entra in scena l’Imi (del gruppo Intesa Sanpaolo) il quale si impegna ad assorbire i titoli in vendita. In cambio prende 21 milioni l’anno. Ma quanto valgono questi titoli? I contabili del Monte pensano che siano scesi all’83%. Circolano, però, stime ben più allarmanti: addirittura il 55% secondo esperti consultati da IlSole24Ore. In tal caso la perdita sarebbe davvero consistente, coinvolgendo anche l’Imi.

Nella seduta dell’11 dicembre 2012 il consiglio di amministrazione mette all’ordine del giorno quella che chiama operazione Chianti classico, (in fondo il documento integrale della seduta del consiglio di amministrazione - alle pag. 8-10 si fa riferimento all'operazione) cioè la ristrutturazione di Casaforte che “ha sofferto dell’andamento dei prezzi di mercato e dello spread e oggi l’incentivo del cliente a rivendere non è marginale”, ammette l’amministratore delegato Fabrizio Viola. Si tratta di “consolidare il veicolo nel 2014” e riprendere pieno possesso degli immobili la cui valutazione finora è basata sugli affitti.

Si oppone il consigliere Lorenzo Gorgoni, che proviene dalla Banca del Salento (è stato incriminato dalla procura di Roma per il prodotto finanziario 4You) e ricorda il via libera della Consob e della Banca d’Italia (la quale ha però imposto di affiancare anche Imi Sanpaolo e ciò riduce il vantaggio per Mps). In ogni caso, insiste, i contratti hanno un sottostante reale. Gettare il bimbo con l’acqua sporca avrebbe un impatto anche sul patrimonio della banca.

Sulla stessa linea il vicepresidente Turiddo Campaini (Unicoop Firenze). Insomma, la vecchia guardia di difende. Fino a quel momento, del resto, Imi non ha comprato quasi nulla. Ma Viola replica evocando il rischio vero: “Potrebbe essere un buyback a generare un contraccolpo reputazionale ingenerando i dubbi sulla ragione dell’acquisto”. E aggiunge: “I titoli Casaforte sono come una sorta di deposito dal quale il cliente può prelevare, di fatto, quando vuole e reinvestire su titoli a rendimento maggiore. E l’incentivo a fare ciò è significativo”.

Insomma, un problema simile a quello che si era posto per i subprime negli Stati Uniti. Un altro trabocchetto in un bilancio aggiustato per far cassa. Il gran fracasso delle ultime settimane, aumenta il rischio di una vendita massiccia. Giovanni Fava della Lega nord ha sollevato la questione. Così come Elio Lannutti e l’Adusbef che accusa: "Mps ha ceduto i propri sportelli ad un consorzio, che ha acquistato gli immobili grazie ad un mutuo della stessa banca. Prima della chiusura di bilancio, Mps ha collocato al pubblico dei clienti ben 1,536 miliardi di obbligazioni Casaforte e 133 milioni presso gli investitori istituzionali. Lo stesso emittente ha stimato che il bond è illiquido e rischioso e che nell'89% dei casi renderà, alla scadenza, quanto un titolo liquido e privo di rischio come BTP emessi dal Tesoro italiano. Per giunta Mps può riacquisire gli immobili a valore di perizia, lasciando così gli investitori con un pugno di mosche in mano”.

A questo punto, tutti chiedono un intervento del governo. Ma di quale governo?

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