Letta e le aziende: le tre priorità per farle ripartire

L'indice di fiducia scende ai minimi dal 2003. Ecco come l'esecutivo Letta può rimettere in moto la "macchina" Italia

artigiano

Un artigiano in provincia di Pisa con il cartello di cedesi attività all'interno del suo laboratorio – Credits: ANSA

Massimo Morici

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Le aziende vedono nero. E non c'è da biasimarle. Ad aprile l'indice di fiducia delle imprese italiane è sceso a 74,6 da 78,5 di marzo, secondo i dati Istat: è il livello più basso da gennaio 2003, ossia dalla data d'inizio delle serie storiche.

Il calo, spiega l'Istat, è dovuto al peggioramento della fiducia delle imprese manifatturiere, dei servizi di mercato e delle costruzioni, i settori che più degli altri hanno sofferto la crisi, mentre migliora invece il clima di fiducia nel commercio al dettaglio.

Per far uscire il made in Italy dalla palude, il nuovo governo guidato dal premier Enrico Letta, dovrà affrontare da subito almeno uno di questi tre punti, considerando che Moody's ha stimato per quest'anno una contrazione del Pil dell'1,8%.

Dare ossigeno al mercato interno

L'eccessivo rigore fiscale imposto da Bruxelles ha distrutto il mercato unico europeo: i cittadini dell'unione, insomma, non consumano più, bloccando tutto quel mercato che era il terreno di movimento delle imprese, soprattutto italiane.

Le soddisfazioni, ad oggi, continuano a provenire dall'export, soprattutto extra Ue, anche se è tornato a scendere dell'1,3% a marzo dopo 38 mesi di crescita ininterrotta.

L'unico margine di manovra, quindi, è verso due direzioni: aumentando il potere d'acquisto dei consumatori, e cioè diminuendo la pressione fiscale, visto che le retribuzioni su base mensile sono risultate ferme anche a marzo; oppure rilanciando gli investimenti a livello europeo, anche se non è facile: secondo l'economista Marco Fortis , per esempio, sarebbero necessari almeno 2.000 miliardi (quasi quanto il debito pubblico italiano) per far ripartire la macchina della crescita nell'area euro.

Aprire i rubinetti delle banche

Se sbloccare gli investimenti pubblici non è certo facile, soprattutto in periodi di austerità, più semplice per le banche è invece allentare i cordoni della borsa, in vista di un ulteriore taglio al costo del denaro .

Lo ha ricordato anche Bankitalia, nell'ultimo Rapporto sulla stabilità , in cui annovera tra le principali cause della contrazione del credito al settore privato sia il calo della domanda di prestiti sia "l'intonazione restrittiva dell'offerta di finanziamenti da parte delle banche, a sua volta connessa soprattutto con la crescente rischiosità dei prenditori e con la persistente frammentazione dei mercati della raccolta all'ingrosso".

Per le piccole imprese, inoltre, osserva l'istituto di Via Nazionale, le tensioni finanziarie sono accentuate dalla difficoltà di accedere a fonti di finanziamento esterne alternative al credito bancario.

Sbloccare i pagamenti della Pa

Lo Stato non salda i debiti con le imprese che a loro volta non riescono a pagare i  propri fornitori, anche perché le banche non concedono più finanziamenti: questo il corto circuito del sistema Italia legato alla pubblica amministrazione.

Nel Rapporto Bankitalia aggiunge, infatti, che sulle condizioni finanziarie e di liquidità delle imprese pesa soprattutto "l'accumulo di crediti commerciali nei confronti delle amministrazioni pubbliche, oltre che la difficoltà di reperire finanziamenti"

I primi benefici, secondo Via Nazionale, potranno derivare solo "da una rapida attuazione del recente provvedimento sul pagamento di una prima parte dei debiti commerciali del settore pubblico".

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