Orologio Hip Hop, il camaleonte di successo alla portata di tutti i polsi

La storia del gruppo Binda nato nel 1906 e rimasto ancora in famiglia

Marcello Binda, titolare del gruppo Binda (Credits: Ufficio Stampa Binda)

Nello studio di Marcello Binda campeggia una Ducati Scrambler 350 degli anni 70, ci sono un grande tavolo di legno, qualche paio di sci e un quadro alla Andy Warhol con quattro orologi Hip Hop in diversi colori. Un omaggio alle passioni dell’imprenditore che, a 52 anni, con il fratello Simone, 47, è amministratore delegato del gruppo fondato nel 1906 dal nonno Innocente, e al prodotto sul quale ha cominciato a lavorare come assistant brand manager quando muoveva i primi passi in azienda. Negli anni della Milano da bere sono stati venduti 2 milioni di pezzi dell’orologio con il cinturino di caucciù profumato e intercambiabile. «Un prodotto della creatività italiana lanciato nel 1984» spiega Binda «che ha retto la sfida con lo Swatch, un grande progetto industriale, arrivato in Italia nel 1986».

Negli anni Novanta il gruppo Binda si concentrò su altri marchi, «ma nel 2010, vista l’aria grama che tirava, decidemmo di portare una nuova ventata di colore e di allegria, riproponendo l’Hip Hop» spiega Marcello Binda, che oggi vanta un bilancio di 4 milioni di pezzi venduti in un paio di anni. «Lo hanno preso tutti, dai nostalgici degli anni Ottanta ai loro figli». Dallo storico caucciù si è passati al silicone, che offre una maggiore durata e la possibilità di creare nuovi brevetti. Come l’Rpl (rubbing pressing lamination) che consente di fondere tessuti con il silicone e creare oggetti come l’orologio Pizzo Mon amour del 2012 o il Jeans del 2013.

Binda non ama la parola successo: «Mi dà l’idea di qualcosa che è già passato, mentre noi guardiamo avanti, a un percorso lungo che rifletta la creatività italiana. Nei nostri centri di ricerca a Milano e a New York sperimentiamo nuove soluzioni. A Milano collaboriamo con il Politecnico e l’Istituto europeo di design, negli Usa insieme con la Nasa abbiamo creato un silicone trasparente al 99 per cento che abbiamo battezzato Liquid e oggi è uno dei cinturini Hip Hop».

A New York Binda ha vissuto per un anno dopo la laurea alla Bocconi: «Dovevo seguire un master, ma sono finito a lavorare all’Interview Magazine con Andy Warhol e in due agenzie di pubblicità. Erano anni entusiasmanti, incontravi Robert De Niro al bar, Uma Thurman studiava teatro con il mio coinquilino. Ho imparato l’arte della contaminazione e ho riportato quell’esperienza a casa».

Così, ferma restando la filosofia di base dell’Hip Hop, cioè avere un oggetto che può cambiare faccia a seconda dell’umore e delle circostanze, il marchio oggi non fa solo orologi ma anche gioielli: insomma è nata una «cultura Hip Hop». Che non ha niente a che fare con l’omonima musica, ma nasce dal nome inventato dall’agenzia Pirella che lanciò l’orologino di gomma nel 1984. Il modello base, con il quadrante da 32 mm, sta crescendo e diventa anche un prodotto maschile. Come l’ultimo nato della casa, il Man, che ha un diametro di 42 mm, il datario e un cinturino traforato in due colori.

Il marchio registra buoni risultati anche nella gioielleria, con anelli, orecchini e bracciali. «Da anni ogni estate c’è un fenomeno bracciale» ricorda Binda. «C’è stato quello giallo di Lance Armstrong, poi quello per l’equilibrio dei surfisti californiani e infine i braccialetti ricamati di Cruciani». Anche gli uomini amano i bracciali colorati, infatti Hip Hop dopo il modello Icon da donna ha già previsto il lancio di una versione maschile un po’ più larga. Il tutto a prezzi più che accessibili, per consentire una ventata di allegria e di colore anche nella crisi più grigia.

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