Fiat, dopo l'addio a Lancia arriva la provocazione di Pomigliano

Ecco a voi dottor Sergio e Mister Marchionne. Che questa volta ci lascia senza parole

L'amministratore delegato del gruppo Chrysler, Sergio Marchionne (Credits: ERIC PIERMONT/AFP/GettyImages)

Sergio Luciano

-

Ve la ricordate la Lancia Thema? Ecco, bene: scordatevela. Sergio Marchionne, il lìder maximo del gruppo Fiat-Chrysler, dopo aver tentato di rinverdirne il successo montandone la calandra e usandone il nome per carrozzare la Chrisler 300c, avendo constatato il modesto successo (a scrivere “fiasco” si rischia la querela, per carità) ha deciso di eliminare dal portafoglio della casa il marchio Lancia... Come se niente fosse.

Intendiamoci: il marchio Lancia era una simulazione da trent'anni, da quando l'azienda come tale aveva cessato di esistere, del tutto inglobata nelle linee produttive Fiat. Ma sul piano del concept di prodotto, un ruolo chiaro e distinto l'aveva conservato, in casa Fiat. Negli Anni Ottanta, e anche nella prima parte del decennio successivo, era chiaro a tutti quali diversi “mestieri” facessero i tre marchi Fiat, cioè appunto la casa madre, l'Alfa Romeo - acquisita nell'87 – e la Lancia: quest'ultima doveva realizzare berline e coupè di lusso, di alta gamma; l'Alfa Romeo le vetture a spiccata vocazione sportiva, sia berline che spider che coupè; la Fiat doveva fare le macchine per le famiglie, utilitarie, medie, medio-massime, salvo conservare un macchinone ammiraglia (in tanti ricordano con imbarazzo la massiccia Fiat 130) che serviva giusto al Quirinale e a qualche ministero.

Fiat130_emb8.jpg

Non è affatto vero che una buona gestione di molti marchi insieme sia impossibile, basti osservare casi di successo come Volkswagen (oltre al marchio principale, anche Audi, Seat, Skoda, Seat, Bentley, Bugatti, Lamborghini, Porsche) o come la stessa Chrysler... Solo, bisogna saperci fare e saper produrre, dalle stesse piattaforme, modelli che siano esteriormente, e magari anche funzionalmente, abbastanza diversificati.

Alcuni dei manager che sono andati via dal gruppo Fiat dopo l'arrivo di Marchionne stanno facendo, e bene, esattamente questo lavoro altrove. Il manager col pulloverino ha insomma replicato un copione che recita alla grande da anni: intanto che gestisce giorno per giorno l'azienda, mettendo a segno grandi colpi finanziari (sempre, finora, perchè è il suo vero mestiere) e mediocri se non cattivi risultati industriali, mette in atto comunicazioni diversive, o ansiogene (“dovremmo chiudere due impianti su cinque, in Italia!”, detto al Corriere della Sera sei mesi fa) o tranquillizzanti (“In Italia non chiuderemo nulla”).

È il solito Marchionne a due facce, “dottor Sergio e Mister Marchionne”, progressista e garantista quando si tratta (o “trattava”, perchè chi gli crede più?) di compiacere opportunisticamente qualche intellettuale e padrone delle ferriere quando si tratta di fare sul serio.

Ma - come suol dirsi - le chiacchiere stanno a zero: da ieri, gli analisti finanziari, i politici e i sindacalisti che seguono le vicende Fiat non ne sanno nulla in più sul vero futuro degli investimenti italiani del gruppo, perchè le rassicurazioni di ieri valgono quanto valeva il piano “Fabbrica Italia” di metà 2010 e gli ultimatum nefasti di sei mesi fa: poco o nulla, sono mere indicazioni di tendenza prive di alcun impegno nel bene come nel male. La sostanza è che la Lancia non esisterà più, kaputt. E che l'approccio muscolare di Marchionne verso (o contro) il Sistema-Italia non è cambiato di una virgola.

E tanto per non lasciar margine ai dubbi, Marchionne ha tenuto ieri a dare un segnale che si pone agli antipodi di qualunque “fair play” non solo sindacale ma anche civile, visto che c'è di mezzo una sentenza della magistratura: Fiat ha annunciato che per ottemperare appunto alla sentenza della Corte d'Appello di Roma che ha condannato l'azienda a riassumere nella newco di Pomigliano 19 lavoratori della Fiom entro 40 giorni, ne manderà in mobilità altrettanti.

Così, occhio per occhio, operaio per operaio. Un gesto inqualificabile sotto tutti i punti di vista, una provocazione bella e buona. Da una parte la legge, applicata – bene o male che lo valuti Marchionne – da un Tribunale e da una Corte d'Appello della Repubblica, appellabili in Cassazione. Dall'altra, un privato che “dice no” e vanifica il senso – se non la lettera – della sentenza.

"L'azienda ha da tempo sottolineato che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre", dice la nota Fiat, diramata per motivare la scelta di oggi. Peccato che i licenziati riassunti dalla sentenza sono iscritti Fiom, tutti; mentre i nuovi licenziamenti annunciati in compensazione sono presentati come “economicamente” motivati: “Fabbrica Italia Pomigliano non può esimersi dall'eseguire quanto disposto dall'ordinanza – recita ancora la nota - e, non essendoci spazi per l'inserimento di ulteriori lavoratori, è costretta a predisporre nel rispetto dei tempi tecnici gli strumenti necessari per provvedere alla riduzione di altrettanti lavoratori operanti in azienda".

Senza parole...

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Fiat, addio Lancia ma arrivano nuovi investimenti (speriamo)

Ecco perché le promesse di Sergio Marchionne saranno difficili da mantenere

Fiat tra passato e presente

Pomigliano, Mirafiori, Termini Imerese: da centri di produttività a sedi di proteste

Fiat-Chrysler, due volti di una stessa azienda

Il Lingotto fa utili. Ma solo grazie alla consociata americana. Luci e ombre del gruppo guidato da Marchionne

Commenti