Ema: a che punto siamo con la sede

Dai ricorsi dell'Italia e di Milano, alla posizione del governo olandese e di Bruxelles, alla costruzione del nuovo edificio

Ema

Lo Spark building, la sede temporanea dell'Ema ad Amsterdam - 30 gennaio 2018 – Credits: REMKO DE WAAL/AFP/Getty Images

Anna Maria Angelone

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Sulla vicenda dell'Ema non è ancora calato il sipario. E se a prima vista il voto del Parlamento europeo sembra aver spento le speranze dell'Italia di riaprire la controversa assegnazione, finita ad Amsterdam grazie a un sorteggio nonostante la vittoria di Milano ai primi due turni, la partita prosegue. Ne è convinto Francesco Sciaudone, avvocato di Grimaldi Studio Legale che segue i due ricorsi presentati dal Comune di Milano. «Il trilogo rafforza l'utilità dell'azione giudiziaria perché il suo esito può ancora essere recuperato nel suo contesto istituzionale» sottolinea a Panorama Sciaudone. «I giochi non sono ancora chiusi e anche la decisione della Corte di giustizia europea può contribuire a individuare la migliore sede per l'Ema».

Verso il "trilogo".

Con 507 voti favorevoli, 112 voti contrari e 37 astensioni la plenaria di Strasburgo ha confermato giovedì 15 marzo il testo uscito dalla commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare. Si ad Amsterdam a tre condizioni: verifiche dello stato dei lavori ogni tre mesi, consegna della sede provvisoria a gennaio 2019 e di quella definitiva entro il 15 novembre 2019, condanna dell’iter seguito per la scelta della nuova sede. Gli eurodeputati hanno così ribadito le loro prerogative sulla decisione. Di fatto, aprendo uno spiraglio. «Oggi il Consiglio deve tornare ad occuparsi del tema» sintetizza il presidente della commissione parlamentare e relatore del testo Giovanni La Via. «La partita prima era chiusa e invece il Consiglio ne dovrà nuovamente parlare per dare una risposta al Parlamento». Che cosa succede ora?

Le tre istituzioni - Consiglio europeo, Parlamento europeo e Commissione europea - dovranno per forza trovare un'intesa sulla nuova sede in un negoziato. In questo caso, anche il governo italiano avrà la chance di ribadire la sua posizione (ma la situazione post-elettorale non aiuta). Di certo, per ora, a Panorama risulta che la Farnesina si è mossa per confermare l'impegno a portare avanti le opportune azioni politiche e giudiziali. Per prima cosa, attivandosi per chiedere di integrare le carte del ricorso del governo a Lussemburgo con gli elementi emersi nel frattempo.

L'ammissibilità dei ricorsi alla Corte di giustizia.

Spetterà, dunque, ai giudici europei dire l'ultima parola sui tre ricorsi pendenti per l'Italia: due del Comune di Milano (uno urgente per sospendere la decisione, l'altro per annullarla), il terzo depositato dal governo. Da Lussemburgo si conferma a Panorama che non è stata ancora fissata una data dei procedimenti. La sospensiva avrà comunque tempi brevi, tanto più se anche il governo italiano deciderà di unirsi a sostegno del Comune di Milano. Il 12 marzo lo ha fatto il mondo delle imprese: da Assolombarda a Camera di Commercio, da Assobiomedica a Federchimica. Non si escludono altre azioni.

Nella sua “memoria difensiva" il Consiglio europeo ha, come noto, ribadito la correttezza del suo operato bollando l'azione legale italiana come «irricevibile e grottesca». Una posizione scontata.

La ricevibilità dei ricorsi dipenderà, piuttosto, dall'interpretazione della natura giuridica della decisione: atto intergovernativo o no? In pratica: se questa fosse stata una scelta dei 27 governi Ue sarebbe avvenuta per consenso (all’unanimità) e il ruolo di Commissione europea e Parlamento europeo non avrebbe avuto il carattere di codecisione che invece ha. Del resto, anche il governo olandese, finora assente, ha chiesto di intervenire nel giudizio.

I punti contestati dall'Italia nei tre ricorsi.

I testi delle tre impugnazioni si concentrano soprattutto sulla mancata osservanza delle regole da parte di Amsterdam rispetto alla procedura stabilita per la valutazione delle candidature. Come in una gara d'appalto, ogni città doveva presentare l'offerta tenendo conto di sei diversi criteri al fine, soprattutto, di assicurare la continuità operativa dell'agenzia. È stato realmente così?

Il ricorso del governo italiano, seguito dall'Avvocatura dello Stato, punta il dito più sulla responsabilità olandese perché la decisione è avvenuta sulla base di una verifica “meramente cartacea”: quindi fornire, volontariamente o meno, informazioni incomplete, inesatte o fuorvianti si traduce in un vizio del procedimento di valutazione. In pratica, è verosimile che in presenza di tutti i dettagli molti non avrebbero votato fin dall’inizio una candidatura lacunosa e rischiosa per l'operatività dell'agenzia stessa.

Più estesi i ricorsi del Comune di Milano, curati dall’avvocato Francesco Sciaudone di Grimaldi Studio Legale, per i quali c’è anche un’applicazione sbagliata della procedura di voto che ha messo a confronto offerte non omogenee. L’intera selezione, fino al ballottaggio finale, non ha assicurato l’obiettivo stesso di tale procedura che era selezionare la migliore sede per il trasferimento dell’Ema.

Peraltro, questo caso può rappresentare un precedente importante anche per il futuro: i paesi Ue potrebbero concordare, di volta in volta, procedure ad hoc per altre decisioni con ibridi non previsti dalle norme Ue in barba alle altre istituzioni. Ma non è tutto.

Le conferme negli atti arrivati da Bruxelles.

Il carteggio appena ottenuto dal Comune di Milano, grazie alla richiesta di accesso agli atti, conferma quanto sostenuto finora dall’Italia. Nello scambio di quattro missive fra il 22 agosto e il 13 settembre 2017, per esempio, Amsterdam chiede di tenere confidenziale l’allegato contenente la soluzione temporanea con i due edifici (ovvero il punto debole della sua candidatura) e autorizza a condividere i dettagli tecnici qui indicati esclusivamente con il team dell’Ema. Al quale, però, Amsterdam non ha mai fatto ispezionare questi due palazzi, come ha reso noto a Panorama un portavoce della stessa Agenzia del farmaco europea: «La delegazione dell'Ema ha visionato solo il sito offerto per la nuova sede situato ad Amsterdam Zuidas, ma nessun edificio temporaneo».

Insomma, il team partito da Londra per valutare preventivamente la bontà delle diciannove candidature a Milano ha esaminato da cima a fondo il Pirellone, mentre ad Amsterdam ha visto solo un terreno senza neppure cantieri aperti. Perché?

La scusa fornita, ovvero il timore di una speculazione sui prezzi dei due palazzi provvisori indicati, regge a fatica perché fra i principi più banali di un'ordinaria gara c'è proprio il prezzo più basso a parità di offerta. Insomma, il confronto dei costi era una variabile decisiva per una scelta trasparente. Tant'è che il cambio di soluzione da parte di Amsterdam dopo la famigerata estrazione a sorte ha comportato un aggravio di spesa: 34% in più rispetto all'offerta messa nero su bianco nella candidatura originaria. Un extra di circa 70 milioni di euro che il governo olandese si è accollato solo il giorno del sopralluogo della delegazione di eurodeputati, vedendo la malaparata. Ma questo e altri punti non sono ancora chiari, tanto che il Comune di Milano ha già chiesto a Bruxelles un'integrazione degli atti ricevuti e soprattutto lo scambio di documenti fra Amsterdam e l'Ema prima della fatidica votazione.

La posizione del governo olandese.

Intanto, il governo olandese va avanti. Come rivelato dal quotidiano online DutchNews, l’8 marzo Amsterdam ha dato mandato per la costruzione del Vivaldi Building alla Dura Vermeer, un'azienda di Rotterdam finita sotto i riflettori poche settimane fa quando è emerso che il vicepremier olandese Hugo de Jonge aveva parlato di due offerte, nascondendo che questa era l'unica società costruttrice rimasta in gara.

La Züblin, che fa parte del gruppo austriaco Strabag, si era già tirata indietro per i tempi di realizzazione troppo stretti. Il governo olandese, infatti, ha fissato una sanzione in caso di ritardata consegna del palazzo (il 15 novembre 2019) e chi sfora la scadenza dovrà farsene carico. Insomma, l'ennesima omissione da parte degli olandesi.

E non sarebbe l'ultima perché Amsterdam ha ricevuto sei manifestazioni d’interesse ma, di fatto, è finita in una trattativa privata con una sola. «Questo solleverebbe forte criticità nel rispetto delle norme europee sugli appalti e come tale può essere una causa di rallentamento o annullamento dell'appalto stesso in caso di impugnazione da parte di altre aziende del settore», puntualizza a Panorama ancora l'avvocato Sciaudone.

Peraltro la Dura Veermer, nata nel 1998 da una fusione fra due aziende di famiglia, dichiara un giro d’affari di poco più di un miliardo di euro e (ultimo bilancio pubblicato al 2014) una perdita di 7,5 milioni di euro. Il contratto concluso per la sede dell'Ema è di 255 milioni di euro e include la manutenzione per venti anni. Ma la pietra iniziale sarà posata non prima di giugno e c'è già un imprevisto sul parcheggio auto. Il governo olandese proponeva di realizzarlo accanto all'edificio invece che sotterraneo, ufficialmente per risparmiare 3-4 mesi e finire in tempo i lavori. Invece, sarà situato su un terreno privato e perciò si dovrà pagare un affitto a parte per i 104 posti auto.

Per la nuova sede, invece, l'Ema pagherà un canone di affitto di oltre 10 milioni di euro che salirà ogni anno fino a toccare 14,7 milioni nel 2039: il doppio degli appena 7 milioni di euro, a pieno regime, di Milano.

Il problema dell'edificio provvisorio

Resta, comunque, l'incognita della transizione. Dopo il ballottaggio, il governo olandese ha indicato altri due immobili temporanei: uno è stato scartato perché troppo distante dalla sede definitiva (Amsterdam conta di avere pronto almeno il conference center del nuovo quartier generale e propone di fare la spola qui per i meeting più grandi), l'altro - lo Spark Building - è stato quello selezionato perché, di fatto, era l'unica possibilità sul tavolo. Ma la scelta ha molte criticità.

Il palazzo è più lontano di 11,4 chilometri rispetto a quelli della candidatura originaria, fornisce metà spazio di quanto oggi occupato dagli 890 dipendenti dello staff nella sede londinese di Canary Wharf, non ha sufficienti sale riunioni.

Con grossi problemi di privacy e riservatezza, visto che Amsterdam prevede di affittare spazi di hotel. Risulta a Panorama, per esempio, che l'Ema dovrà fare una sorta di scrematura fra gli incontri operativi con dati sensibili e quelli infomali o di formazione, in modo da stilare un piano di dove tenere gli uni e gli altri. Peraltro, si ipotizza anche il ricorso al telelavoro per una parte dello staff.

Inoltre, come già detto, non ci sono posti sufficienti per i 550 figli dei dipendenti dell'Ema nelle scuole internazionali di Amsterdam e neppure alloggi (per inciso, all'Aja ci sono già le sedi di Europol ed Eurojust). La capitale olandese conta di incoraggiare le famiglie a spostarsi nelle città vicine ma quanti lo faranno?

Conto salato a Londra

L’ultima ciliegina è il conto da saldare per la sede di Canary Wharf a Londra. L’Ema conferma a Panorama che il contratto concluso nel 2014 ha una durata di 25 anni senza clausola di recesso. Dal momento della Brexit nel 2019, ci saranno altri 20 anni da coprire. Fra canone (oltre 16 milioni di euro annui), tasse e interessi la spesa oscilla fra 347 e 400 milioni di euro. A meno che non se ne faccia carico Londra nella trattativa del divorzio o l’Ue stessa con il suo bilancio, all’Ema non resterà che provare a subaffittare i locali o pagare il doppio affitto.


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