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Da Volkswagen a Renault e Fca, perché i mercati non si fidano del settore auto

Le case costruttrici subiscono anche le conseguenze di investitori in fibrillazione per Cina e petrolio

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Giuseppe Cordasco

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I venti di tempesta borsistici continuano ad abbattersi senza tregua sul mercato dell’auto. I casi Volkswagen e Renault, con accuse, più o meno fondate, di test sulle emissioni truccati, e quello Fca, con la causa intentata da un concessionario americano che avrebbe ricevuto pressioni per pubblicare dati gonfiati sulle vendite, sono vicende che puntualmente e, verrebbe da dire, inesorabilmente, sono state colte al volo da speculatori di borsa per assestare ai titoli delle società in questione perdite durissime. Valga per tutte l’esempio di Renault, le cui azioni ieri, sull’onda di notizie ancora non del tutto confermate, hanno ceduto comunque il 10,2% di valore alla Borsa di Parigi. Ma come mai il settore automotive sembra scontare finanziariamente in maniera così massiccia e immediata, qualsiasi notizia di cronaca lo riguardi? Sarebbe dunque così forte la sfiducia che circonda questo settore, da spingere gli speculatori ad utilizzare qualsiasi pretesto, per sferrare i propri attacchi borsistici?

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“In realtà – ci spiega Giuseppe Berta, economista della Bocconi e profondo conoscitore del settore auto – gli operatori finanziari hanno da qualche tempo i nervi a fior di pelle per quanto accade all’economia cinese e per il forte deprezzamento del petrolio, due questioni tra l’altro legate da motivi geopolitici. In questo contesto, l’automotive, che tra i comparti industriali è quello più globalizzato, risulta straordinariamente reattivo, e dunque subisce conseguenze anche al di là dei problemi reali che si trova ad affrontare”. A questo proposito il professor Berta non manca di sottolineare come l’ultimo presunto scandalo, quello che riguarderebbe i test truccati da Renault, non meritasse di essere enfatizzato come in realtà è avvenuto.

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“D’altronde – sottolinea l’economista – lo sanno tutti che i test sulle emissioni di CO2 fatti in laboratorio, a determinate velocità, con un solo passeggero ecc., non sono poi confrontabili con quelli reali. Una modalità d’azione che tra l’altro riguarda poi un po’ tutte le case costruttrici e non solo Renault. Ho trovato dunque eccessive le reazioni, se non considerando appunto lo stato di estrema fibrillazione in cui si trovano attualmente i mercati finanziari”. Un discorso che in maniera analoga si può applicare anche alla vicenda Fca. “Considerando un mercato Usa in cui l’anno scorso sono state vendute 17, 4 milioni di auto, ossia circa un milione in più di quelle registrate nel 2006-2007, ovvero prima della crisi – fa notare Berta -, ma se pure qualche concessionario, e lo dico per pura ipotesi, avesse truccato qualche dato, quale influenza avrebbe potuto avere sui dati generali? È evidente che ancora una volta Fca e il settore auto, pagano un prezzo finanziario che va nettamente al di là dei problemi reali”.

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E una conferma indiretta in questo senso arriva anche dall’Europa. La tempesta finanziaria di queste ore infatti, sembra invece non aver voluto tenere conto dei dati commerciali molto positivi registrati a dicembre scorso e per tutto il 2015. Sul mercato europeo infatti lo scorso anno è stata sfondata la soglia dei 14milioni di immatricolazioni con un progresso del 9,2% rispetto al 2014. E dicembre, con 1.156.489 immatricolazioni (+15,9%) ha contribuito alla crescita dell'intero anno. Nel mese in questione tra l’altro, Renault cresce del 27,8% e Fca del 16,4%.

Dati eclatanti, che però sembra che nulla abbiano potuto contro la furia ribassista di Borsa. “Come dicevo – afferma ancora Berta – il mercato dell’auto sconta sulle piazze finanziarie il fatto di essere un settore fortemente globalizzato e dunque, ai buoni risultati dell’Europa, fanno da contraltare le brutte performance registrate recentemente in Brasile e Russia. Pretesti più che validi  - conclude l’economista - per spingere i listini dell’auto verso il basso”.

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