La crisi degli artigiani e il limite della logica assistenziale

Confartigianato chiede di intervenire su fisco, credito e lavoro. Giusto. Ma serve chiarezza, ora, su chi deve dare e chi prendere

Il presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti, durante l'assemblea annuale di Confartigianato a Roma, 11 giugno 2013 (Credits: ANSA / ETTORE FERRARI)

Stefano Cingolani

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"Non ce la facciamo più": Giorgio Merletti, presidente della Confartigianato, a nome dei suoi associati è stato chiaro e diretto. Fisco, credito e lavoro sono le tre macine al collo delle piccole, piccolissime imprese che hanno tenuto a galla (finora) l'Italia. Come dargli torto? Prendiamo le imposte: "La pressione fiscale - ha denunciato Merletti - nel 2013 toccherà il 44,6% del Pil, vale a dire 2,4 punti in più sopra la media dell’Eurozona. In pratica, paghiamo 38 miliardi di maggiori imposte rispetto ai partner europei, 639 euro in più per abitante. Tra il 2005 e il 2013 l’incremento delle entrate fiscali è stato di 132 miliardi: pari ai 132 miliardi di incremento del Pil. Un fisco che tassa il 68,3% degli utili lordi, scoraggia l'impresa, colpisce il lavoro".

Quanto al credito, valgono i dati della Banca d'Italia: "I prestiti alle imprese si sono contratti di 60 miliardi dall'inizio di dicembre 2012", ha dichiarato il governatore Ignazio Visco all'assemblea della Banca d'Italia. Mentre i tassi d'interesse sono ancora di due-tre punti superiori alla media europea. Il mercato del lavoro è l'altro grande cruccio: giusto in linea di principio puntare a posti di lavoro stabili, ma la riforma Fornero introdotta proprio mentre si stava preparando la recessione, ha aumentato i disoccupati.

Il governo Letta non può non dare ascolto al grido di dolore che da tante parti si leva verso di lui. Ancor più strazianti sono i lamenti degli artigiani, non per sottovalutare quelli confindustriali, ma Giorgio Squinzi rappresenta anche i grandi gruppi privati e non tutti in questi anni hanno fatto quel che una sana logica d'impresa avrebbe suggerito: cioè investire per innovare. Anche questo dice Visco e la relazione della Banca d'Italia (volume grande, quello che pochissimi leggono) dimostra, dati alla mano, le parole del governatore. Non parliamo poi delle imprese pubbliche: continuano a distribuire dividendi anche quando sono molto indebitate come l'Enel o ricevono dallo stato i sostegni dei quali hanno bisogno come le Ferrovie.

Le tre macine di Merletti non sono cosa molto diversa dalla enorme macina al collo dell'Italia, cioè il debito pubblico, della quale ha parlato Letta il giorno del suo insediamento. Tra le imprese s'annida una vasta evasione fiscale (inutile negarlo) anche da parte delle piccole e piccolissime. Mentre la pletora di sostegni ha ridotto l'efficienza alimentando una mentalità assistenziale. Basti ricordare quante micro-aziende sono nate (soprattutto, ma non solo nel sud) con i sussidi e sono morte non appena riscossi. Non solo, le aziende italiane restano dipendenti dal credito bancario molto più della media europea (il 60% di quelle francesi, ad esempio, ricorre direttamente al mercato). Germania e Spagna sono gli altri due sistemi banco-centrici, ma i tassi d'interesse tedeschi sono bassissimi, mentre nel caso spagnolo il giogo del capitale creditizio ha messo in ginocchio sia le banche sia le industrie. Quanto al lavoro, l'errore clamoroso commesso dal governo Monti (sconfessando quella vera e propria rivoluzione occupazionale realizzata dalla fine degli anni '90 e dileggiata da una campagna mediatico-propagandistica alla quale non bisognava dare ascolto), è anche colpa di un atteggiamento spesso protervo e ricattatorio dei datori di lavoro, alimentando false partite Iva e finti co.co.co. Ci sono, dunque, comportamenti da cambiare nel momento in cui si chiedono cambiamenti al governo.

Il Censis ha cominciato il 5 giugno un ciclo di incontri sulla società italiana che Giuseppe De Rita definisce "impersonale". Una società che non ha coscienza di sé e di fronte alla quale ciascuno si colloca come chi guarda il paesaggio, lo contempla, magari non gli piace, ma non pensa certamente di intervenire per modificarlo. Ogni assemblea di imprenditori, ogni associazione di categoria, ogni lobby o sindacato chiede. In questo mese di assemblee è tutto un coro di richieste. E il dare? La risposta di ognuno è "ho già dato abbastanza". Una contraddizione evidente, della logica persino, perché se fosse così vivremmo nell'era dell'abbondanza. Invece, è arrivato il momento di individuare con chiarezza chi deve dare e chi deve prendere. Si usa il mare di numeri, diceva oggi De Rita, come cortina fumogena, non per comprendere, ma per mandare un messaggio. "Di troppi dati si muore".

Ciò ci riporta alla denuncia degli artigiani. Usciamo dall'illusionismo statistico per entrare nel campo tutto politico delle decisioni. Si possono ridurre le tasse, ma non tutte (a meno di non rimettere in discussione il perimetro dell'intervento pubblico, cosa che persino i liberisti hanno smesso di chiedere). Vanno privilegiate quelle sul lavoro? Allora che fine fanno quelle sul patrimonio? Bisogna alleggerire la imposizione diretta? Dunque va aumentata quella indiretta? Scelte difficili sulle quali la signora Merkel una volta tanto non ha nulla da dire. La Germania e la Ue non ci proibiscono di far pagare chi vive di rendita per alleggerire chi vive di lavoro (dipendenti e imprenditori): i tedeschi, tra l'altro, hanno imposte sulle imprese molto più basse, una sorta di svalutazione fiscale. Quel che viene impedito, non dall'euro ma dal buon senso, è il pasto gratis. Cioè quella logica assistenziale che ha portato il debito pubblico al 130 per cento del pil e alla fine ha messo con le spalle al muro proprio gli artigiani rappresentati da Merletti.

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