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Così la burocrazia soffoca le imprese

Abbiamo chiesto ad un'azienda lombarda quanto tempo spende in adempimenti: 1.922 ore all'anno, pari a 240 giornate lavorative

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Guido Fontanelli

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240 ore per le scadenze connesse alla gestione dei rifiuti; 160 ore per lo spesometro; 227 ore per la compilazione della certificazione unica, documento dove sono raccolti i dati sui redditi dei dipendenti e dei collaboratori; addirittura 480 ore per la tenuta dei libri paga: sono i tempi che alcuni adempimenti burocratici succhiano alla vita di un’azienda nel corso di un anno. Non sono numeri teorici, ma il frutto di un’indagine condotta all’interno di un’impresa lombarda, la Bcs di Abbiategrasso: una dipendente del controllo di gestione ha intervistato per Panorama i responsabili delle varie divisioni, ha interpellato i consulenti esterni utilizzati dalla ditta, ha fatto i suoi calcoli e alla fine ha messo in fila tutti gli impegni burocratici che, mensilmente, trimestralmente o annualmente, la società deve affrontare, indicando per ciascuno il tempo richiesto. Il risultato è un elenco di una quarantina di voci per un totale di 1.922 ore, pari a 240 giornate lavorative. Considerando i fine settimana, le ferie e i permessi, è come se un impiegato fosse occupato tutto l’anno a smaltire pratiche obbligatorie.

A fare da cavia per l’indagine di Panorama è stata un’azienda media, con attività industriale, esportatrice, il classico esempio di imprenditorialità Made in Italy: specializzata in macchine per l’agricoltura, la Bcs ha spinto sull’innovazione di prodotto e oggi è presente in sette Paesi, tra cui Brasile, Cina e India, con un fatturato di 120 milioni di euro e 750 dipendenti. È presieduta da Fabrizio Castoldi, 74 anni, industriale di larghe vedute che di recente ha assunto come amministratore delegato un manager spagnolo, Francisco Rosique, proveniente dalla General Electric. Appassionato di politica, Castoldi si era fatto anche contagiare dall’entusiasmo dei Cinque Stelle della prima ora, partecipando ad alcune iniziative del Movimento. Ma adesso che li vede in azione al governo, il suo sostegno s’è parecchio raffreddato. «Speravo in vero cambiamento» dice allargando le braccia. Invece l’imprenditore non vede grandi svolte ed è alle prese con i problemi di sempre: imposte ancora troppo alte, soprattutto rispetto ai concorrenti stranieri, e tanta, troppa burocrazia.
Un tasto, quest’ultimo, su cui battono da anni le organizzazioni imprenditoriali e i politici al potere: i primi per denunciarne il peso eccessivo, i secondi a prometterne lo snellimento. Con pochi risultati concreti. L’Assolombarda, per esempio, ha calcolato che le principali 10 procedure burocratiche costano 108 mila euro per una piccola impresa e 710 mila euro per un’azienda di medie dimensioni. Uno studio Censis-Confcooperative ha di recente stimato in 31 miliardi i costi della burocrazia a carico delle aziende italiane. E per la Banca Mondiale siamo in coda alla classifica sul «fare impresa»: su 190 paesi, occupiamo il 118° posto per adempimenti fiscali.

Nel caso concreto della Bcs di Abbiategrasso, gli adempimenti e le scadenze burocratiche che si affollano sulle scrivanie degli impiegati sono 39, di cui 18 con cadenza annuale, le altre a frequenza trimestrale o mensile. Si va dalla liquidazione periodica dell’Iva (3 ore di lavoro ogni mese) al report mensile Intrastat sui movimenti di merci all’interno dell’Unione europea (un fardello di ben 16 ore di lavoro), dalla certificazione unica, con un impegno-monstre di 224 ore all’anno, alla «Valutazione di rischio generale e specifico» che richiede un’ottantina di ore ogni 12 mesi. Poi ci sono alcune incombenze una-tantum, come l’Autorizzazione unica ambientale che orologio alla mano «costa» 120 ore di lavoro.

Il problema è che ben poche di queste scadenze possono essere eliminate, data la crescente complessità dell’economia e della società: basti pensare alle norme sulla sicurezza, sulla privacy o sulla tutela dell’ambiente. Ma qualcosa si può fare, soprattutto sfruttando le potenzialità della rete. Un caso esemplare è quello dello spesometro (che richiede 40 ore di lavoro al trimestre, secondo i calcoli della Bcs): adesso occorre verificare se tutte le fatture emesse e ricevute sono state inserite correttamente, ed è un’attività che va fatta manualmente, mentre con la fattura elettronica il sistema dovrebbe diventare più semplice e veloce.

E poi ci sono alcune pratiche che possono essere tolte di mezzo perché sono dei doppioni o perché servono solo a comunicare informazioni che sono già dei database pubblici. I tecnici della Bcs suggeriscono ad esempio di eliminare il modello 770 perché non fa altro che replicare i dati comunicati precedentemente con la certificazione unica. Altra proposta: cancellare il calcolo dell’Imu, visto che le amministrazioni locali dovrebbero già avere in loro possesso tutte le informazioni per il calcolo della quota annua. Così come dovrebbe sparire la dichiarazione Iva: attività che non sarà più necessaria dopo l'introduzione della fattura elettronica.
Per quanto riguarda il calcolo della dichiarazione dei redditi aziendali, ricorda la società, «molti dati necessari al calcolo già a disposizione delle Camere di commercio. Come per il Modello 730, i dati potrebbero essere catturati e inseriti in un formato precompilato, da verificare e completare con tempi notevolmente ridotti».

Della quarantina di impegni e della miriade di scadenze che riguardano la Bcs, solo una piccola parte ricade sui consulenti esterni: circa 90 ore, 11 giornate di lavoro. Il grosso è fatto dagli impiegati dell’azienda. Ma questo non toglie che il fisco e l’amministrazione pubblica hanno favorito lo sviluppo di un vero e proprio settore economico che prospera grazie alla burocrazia. Lo ha fotografato la Camera di commercio di Milano: le imprese formate da avvocati, commercialisti, ragionieri che offrono assistenza legale, fiscale, per l’amministrazione del personale o della contabilità sono oltre 14 mila in Italia, di cui 2,2 mila in Lombardia e un migliaio nella sola Milano, e sviluppano un fatturato di oltre 4 miliardi di euro all’anno.
L’italica abitudine dello Stato a complicare le cose semplici almeno un vantaggio ce l’ha: ha creato l’industria del disbrigo pratiche.

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