Brexit: ecco l’impatto delle barriere con la Ue

Uno studio stima costi per 69 miliardi di euro per le imprese europee e britanniche se tornassero ad avere relazioni secondo il WTO

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Il Primo Ministro britannico Theresa May e il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker - 8 dicembre 2017 – Credits: EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images

Massimo Morici

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Nel mezzo della trattativa tra Londra e Bruxelles, tra le minacce di Ryanair di lasciare gli aerei a terra e i rimpianti dell’ex primo ministro Tony Blair, che ha definito la Brexit "un errore di portata storica", Oliver Wyman e Clifford Chance hanno calcolato il possibile impatto sulle imprese europee e britanniche delle barriere tariffarie, se UE e Regno Unito tornassero ad avere relazioni commerciali secondo le regole della World Trade Organisation (WTO).

Ricordiamo che l'ipotesi del Wto rappresenterebbe lo scenario peggiore dal punto di vista economico (tornerebbero i dazi), a seguito di un "no deal" tra Londra e Bruxelles. Lo stesso premier britannico Theresa May, pur escludendo che il Regno possa rimanere nell'unione doganale europea, ha ammesso che le uniche due alternative sono un'ampia partnership commerciale con la Ue o un sistema che riduca al minimo i dazi sull'import-export.

Il costo complessivo

Lo studio ("The Red-Tape cost of Brexit") si concentra solo su quegli effetti diretti della Brexit per cui è importante che le aziende comincino a prepararsi già oggi. Non tiene conto delle conseguenze aggiuntive: flussi migratori, cambiamenti nei prezzi o eventuali accordi di libero scambio con paesi terzi, che dovrebbero alzare ulteriormente i costi.

In dettaglio, Oliver Wyman e Clifford Chance hanno stimato che i costi diretti ammonteranno a circa 37 miliardi di euro per gli esportatori UE e 32 miliardi di euro per quelli britannici, con un peso maggiore delle barriere non tariffarie rispetto a quelle tariffarie, per un totale di 69 miliardi di euro. Un futuro accordo doganale, equivalente alla Customs Union (un accordo analogo a quello vigente tra Ue e Turchia), ridurrebbe l'impatto invece a circa 17 miliardi per l'Ue e a 21 miliardi per il Regno Unito.

I settori e i paesi più colpiti

In Europa il settore più colpito sarà l'auto, dove l'impatto diretto ammonterà circa al 2% dell'attuale valore aggiunto lordo. A livello geografico, invece, i vari paesi saranno colpiti in maniera molto diversa: l'Irlanda, ad esempio, soffrirà di più nel settore agricolo, essendo questo particolarmente legato al mercato britannico.

In Germania, invece, 4 dei 16 stati federati subiranno il 70% degli impatti diretti sul paese, essendo grandi esportatori nel Regno Unito nei settori delle automobili e della manifattura. È il caso della Baviera (a Monaco ha sede la Bmw; a Ingolstadt l'Audi), della Renania Settentrionale - Vestfalia, del Baden-Württemberg (hanno sede a Stoccarda il gruppo Mercedes - Benz e Porsche, del gruppo Volkswagen) e della Bassa Sassonia (Volkswagen è di Wolfsburg).

Tegola sulla City

Nel Regno Unito il colpo più duro verrà accusato dai servizi finanziari, su cui graverà circa un terzo di questi nuovi costi. Tuttavia, ci saranno effetti significativi anche in altri settori molto integrati con le filiere di produzione europee: automotive, industria aerospaziale, chimica, siderurgia e industria mineraria.

In particolare, secondo lo studio, l'industria automobilistica e quella aerospaziale britannica potrebbero essere costrette a spostare le catene di produzione per sfruttare i fornitori locali in alcuni settori, mentre i servizi finanziari, con la fine del "passaporto Ue", trasferiranno molti uffici all'interno del territorio dell'Unione europea.

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