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Banca Marche, Etruria, Carichieti e Carife: perché sono di nuovo nei guai

Il 30 settembre è scaduto il termine per la vendita. La Commissione Ue ha concesso un'ulteriore proroga ma non si trova ancora un compratore

Banca Etruria sportello

Uno sportello di Banca Etruria – Credits: ANSA/FRANCO SILVI

UPDATDE (7 ottobre) - La Commissione Ue ha autorizzato l'estensione del processo di vendita delle quattro banche ponte Nuova Banca Marche, Nuova Banca Etruria, Nuova Carife e Nuova Carichieti. Ne ha dato notizia lo stesso esecutivo europeo venerdì 7 ottobre, confermando ufficialmente l'annuncio della decisione di qualche giorno fa. Come già indicato dal portavoce dell'Antitrust europeo, Bruxelles non ha indicato alcuna data limite entro la quale il processo di vendita dovrà essere concluso. "Per proteggere l'efficacia del processo di vendita", il giorno della scadenza "resta confidenziale".


Sembra non essere finita l’odissea per Banca Marche, Banca Etruria, Cariferrara e Carichieti, i quattro istituti di credito regionali messi in risoluzione a fine 2015 facendo sperimentare ai clienti, che hanno visto azzerare il valore di azioni e obbligazioni subordinate che avevano comprato, gli effetti del bail-in prima della sua entrata in vigore a gennaio 2016.  

Venerdì scorso, 30 settembre, è scaduto il secondo termine posto dalla Commissione Ue per la vendita delle quattro good bank, i nuovi istituti che hanno ereditato le attività in bonis delle quattro società sull'orlo del fallimento, che a questo punto slitta a data da destinarsi. La nuova deadline però non c’è: l'Europa non l'ha comunicata, manca ancora un atto ufficiale. E se non si trova un compratore, il rischio è di vanificare tutti gli sforzi fatti finora: lo spettro della liquidazione metterebbe in imbarazzo tutto il sistema creditizio, Bankitalia e Governo alle prese col nodo Mps.

Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia, ha assicurato comunque che "ci sono ipotesi e strumenti per trovare una soluzione positiva, diversi dalla liquidazione".

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Pressing su UBI Banca
L'ultima offerta cui aggrapparsi è quella di UBI Banca che però riguarda solo tre dei quattro istituti (Nuova Banca Marche, Nuova Banca Etruria e Nuova Carichieti) ed è rimasta sul tavolo, consentendo comunque all’Italia di negoziare con Bruxelles e di andare ai tempi supplementari per completare la cessione.

Per Nuova Cariferrara, invece, l’ipotesi più probabile è quella dell’intervento del Fondo interbancario tramite il suo braccio volontario. Più difficile un'intervento del fondo sulle altre tre: il capitale necessario sarebbe di oltre 2 miliardi. La strada, insomma, è ancora in salita: la Bce, secondo quanto ricostruito dalla stampa nei giorni scorsi, avrebbe bocciato le condizioni poste dall’ex banca popolare e chiesto, qualora l’operazione andasse in porto, una ricapitalizzazione da 600 milioni di euro.

Troppo per l'istituto guidato da Victor Messiah: chiamato in causa negli scorsi mesi per salvare Mps, ora non vuole a mettersi sul groppone i crediti deteriorati accumulati quest'anno dalle tre banche (si parla di oltre 3 miliardi di euro). "Non so se si farà l’operazione e non dipende solo da noi" ha detto ai giornalisti giorni fa Andrea Moltrasio, presidente del consiglio di sorveglianza di UBI Banca. "Purtroppo nella nostra mission non abbiamo il salvataggio, che quindi deve essere fatto in altro modo".

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Come si è arrivati a questo punto
Ripulite un anno fa dalle sofferenza, confluite in una bad bank, le quattro banche "ponte", controllate dal Fondo di risoluzione gestito da Bankitalia e alimentato dai contributi del sistema del credito, sono state messe in vendita il 19 gennaio. Roberto Nicastro, presidente messo a capo delle quattro "banche ponte" ha avuto quattro mesi di tempo per trovare i pretendenti.

Di fronte alle difficoltà a trovare sul mercato un soggetto in grado di acquistare le quattro banche regionali, il Governo a ridosso del primo termine (lo scorso 30 aprile) ha ottenuto da Bruxelles una prima proroga di cinque mesi. Nel frattempo si sono fatti sotto alcuni fondi di private equity americani con offerte bollate come irricevibili: 500 milioni per tutte e quattro le banche, quando per salvarle sono stati spesi 3,6 miliardi di euro, di cui circa 2 miliardi grazie a una linea di credito garantita da Intesa Sanpaolo, UniCredit e la stessa UBI.

Anche la Popolare di Bari ha presentato la sua offerta, limitata però all'abruzzese Carichieti, mentre dopo in primo interessamento alla fine si sono defilate Bper, BNL BNP Paribas e Crédit Agricole, che in Italia controlla già il gruppo Cariparma.

Intesa Sanpaolo e UniCredit, per bocca dei rispettivi amministratori delegati Carlo Messina e Jean Pierre Mustier, hanno escluso un loro coinvolgimento diretto. Tuttavia è probabile che torneranno ad aprire i rubinetti: le indiscrezioni di questi giorni parlano di un possibile ricorso al fondo Atlante 2, foraggiato ancora una volta dalle banche, per fare pulizia anche dei crediti deteriorati ancora in pancia ai tre istituti regionali.

Sarebbe l'unica chance per evitare la liquidazione o l'ipotesi "spezzatino" per le tre banche e far tornare in pista UBI. Risparmiando a Renzi una figuraccia a ridosso del referendum.


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