Alitalia, perché le trattative si sono arenate

Mentre Etihad punta a chiudere l'accordo entro fine luglio, nuovo scontro tra l'azienda, Cgil, Filt e i sindacati di piloti e hostess. Motivo: i contratti e il costo del lavoro

– Credits: Carlo Carino/Imagoeconomica

Andrea Telara

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Tutto sembrava quasi pronto, mancavano solo le firme e qualche dettaglio da definire. E invece, alle due di notte del 16 luglio, il tavolo delle trattative tra Alitalia e sindacati è saltato in aria una prima volta. Le sigle dei lavoratori che hanno deciso lo stop sono quelle dei piloti e degli assistenti di volo: Anpac, Avia ed Anpav. A loro si sono aggiunti nel tardo pomeriggio anche la CGIL guidata da Susanna Camusso e la FILT che si sono imposti come secondo e terzo  bastian contrario. Il perché della rottura, i sindacati del personale navigante lo hanno spiegato con un comunicato diramato a fine mattinata, dove puntano il dito contro le altre organizzazioni confederali, pur senza citarle per nome.

Nello specifico, Anpac, Avia ed Anpav ricordano che “i sacrifici economici richiesti per supportare l'operazione Alitalia-Etihad gravano per oltre l'80% su piloti e assistenti di volo” . Non è dunque accettabile, secondo i tre sindacati, “che proprio questi lavoratori vengano privati del diritto di potersi democraticamente esprimere sulle norme contrattuali a loro applicabili”. Detto in parole povere, le sigle del personale navigante si sentono scavalcate dagli altri sindacati che non rappresentano né i piloti, né gli assistenti di volo ma che vogliono comunque prendere decisioni sui loro stipendi e sui loro contratti.

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Quanto alla CGIL, invece, in una lettera inviata al Governo, il sindacato fa sapere che "Rimane incomprensibile la posizione dell'azienda che ha respinto qualsiasi mediazione utile ad evitare la messa in mobilità e i licenziamenti, rifiutando la proposta, ritenuta percorribile anche dal Ministero del Lavoro, di utilizzo della Cigs per accompagnare lo sviluppo del piano industriale". Nel confermare il "no" all'accordo sugli esuberi per Alitalia, il segretario generale Susanna Camusso e
quello nazionale Filt Franco Nasso hanno specificato che "le modalità di trasferimento del personale e la conseguente angosciosa prospettiva del licenziamento avviene peraltro attraverso soluzioni di dubbia legittimità che l'azienda dovrà affrontare... Le ipotesi di ricollocazione appaiono incerte ed aggiungono ragioni di grande preoccupazione tra i lavoratori".
L'AUMENTO DI CAPITALE
Un altro ostacolo si è dunque frapposto sulla strada del matrimonio tra Alitalia e i nuovi compratori di Etihad che, va ricordato, per completare l'acquisizione vogliono garanzie su tutti i fonti: una pace sindacale tra azienda e sindacati sul tema del costo del lavoro ma anche un aumento di capitale da 250milioni di euro da parte degli attuali soci di maggioranza di Alitalia. Il 25 luglio si svolgerà infatti l'assemblea di Cai, la holding che controlla Alitalia, la quale dovrà decidere sulla ricapitalizzazione. Mentre le banche creditrici sembrano ormai disposte a sostenere la società, è ancora da sciogliere il nodo di Poste Italiane, socio di Alitalia con una quota di oltre il 19%. Il gruppo guidato da Francesco Caio sembra intenzionato a non voler sborsare tutta la fetta di ricapitalizzazione di sua spettanza, cioè 49 milioni di euro, ma soltanto una cifra inferiore, attorno a circa 30 milioni.

L'OTTIMISMO DI HOGAN
Nonostante tutte queste difficoltà, il numero uno di Etihad, James Hogan (giunto in Italia per la presentazione del nuovo volo tra Roma e Abu Dhabi), ha mostrato grande ottimismo: “Puntiamo a chiudere le trattative entro fine mese e vogliamo il 49% del capitale”, ha detto Hogan. Sul braccio di ferro coi sindacati, il manager della compagnia è stato però molto chiaro. Il presupposto per l'ingresso di Etiahd in Alitalia rimane sempre lo stesso, cioè il raggiungimento di un accordo tra l'azienda e i sindacati sui tagli al personale e sul costo del lavoro. Se l'accordo non c'è, non si sarà neppure il matrimonio tra le due compagnie.

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