«Passo tra pelle e pelle cercando quella pelle perduta». La piega nascosta dove si annida il profumo
«Passo tra pelle e pelle cercando quella pelle perduta». La piega nascosta dove si annida il profumo
Cultura

«Passo tra pelle e pelle cercando quella pelle perduta». La piega nascosta dove si annida il profumo

C’è stato un tempo in cui nelle boutique di Parigi gli uomini andavano a cercare profumi per una donna che esisteva e si era già imposta al loro sguardo. Considerando l’offerta dei prodotti sul mercato e la propensione all’acquisto dei …Leggi tutto

C’è stato un tempo in cui nelle boutique di Parigi gli uomini andavano a cercare profumi per una donna che esisteva e si era già imposta al loro sguardo. Considerando l’offerta dei prodotti sul mercato e la propensione all’acquisto dei maschi attuali, bisogna convenire che sarebbe meglio non avvenisse, oggi; ma di certo non avviene il contrario. Intendo che nessuno parte dall’odore per trovare la donna o l’uomo che corrisponde ad esso. Bisogna leggere un racconto di Italo Calvino che si chiama Il nome, il naso, per avere l’idea di quale gloria misteriosa e quale senso di commiato suscita l’aver ascoltato la voce di un profumo che non si riesce più a ritrovare.

Un uomo partecipa a un ballo in maschera: si ritrova a vorticare in un giro di valzer con una compagna che a un certo punto lascia scorrere lo scialle di velo che «separa la sua spalla bianca dai baffi di lui», sprigionando «una nuvola striata e flessuosa» che aggredisce le narici dell’uomo come se stesse «aspirando l’anima d’una tigre». Al termine del ballo la donna, che è mascherata come si dà in questi casi, sparisce senza che di lei l’uomo possa ascoltare più che poche tragiche e oscure parole.

Ma lui non riesce a togliersi dalla testa e dal naso quella «sensazione languida e feroce»: si reca perciò il giorno dopo nella profumeria più famosa di Parigi, con l’intento di fare, per così dire, l’identikit di quel profumo, di «dare un nome a una commozione dell’olfatto» che non riesce né a dimenticare né a trattenere nella memoria senza che «sbiadisca lentamente», e rintracciare così la donna che lo indossava.

La commessa lo incalza: «È una gran dama? È una regina della Commedia? del Varietà? O durante una spensierata escursione nel demi-monde siete inaspettatamente scivolato sul sentimento? Ma, per prima cosa, in quale serie la classifichereste: è dama da gelsominati, da fruttacei, da penetranti, da orientali? Ditemi, mon chou!». «È la donna quella che cerco», risponde lui «una donna di cui non conosco che il profumo!»

Deve affrettarsi: «anche i profumi della memoria evaporano»; ogni nuovo aroma che gli viene fatto annusare, mentre gli si «impone come diverso, irriducibilmente lontano da quello», rende con la sua «prepotente presenza più vago il ricordo di quel profumo assente», lo riduce «a un’ombra». “No, più acuto… voglio dire più fresco… no, più denso…”, balbetta quasi nel panico alle commesse che gli si sono fatte intorno come in un bordello colmo delle più raffinate ambiguità.

«In questi andirivieni nella scala degli odori mi perdevo, non sapevo più discernere la direzione in cui inseguire il mio ricordo, sapevo solo che in un punto della gamma s’apriva un vuoto, una piega nascosta dove s’annidava quel profumo che era per me tutta una donna».

Quel vuoto è un’apnea dentro gli altri odori del mondo: «Di lei io non sapevo nulla ma mi pareva di sapere tutto in quel profumo, e avrei voluto un mondo senza nomi, in cui quel profumo solo sarebbe bastato per nome e per tutte le parole che poteva dirmi».

Conoscere un odore è una condanna: «passo tra pelle e pelle cercando quella pelle perduta che non somiglia a nessun’altra pelle». Tutto il mondo passa dal naso, è una legge dell’evoluzione; ma che tortura che solo uno sia l’odore giusto nella pausa immensa, nel silenzio olfattivo della normalità e della morte: «Sento il suo odore dentro quell’odore asfissiante, il suo odore che cerco d’inseguire e di distinguere nell’ambulanza nel pronto soccorso negli odori di disinfettanti e di liquame che scola dai tavoli di marmo dell’obitorio e l’aria ne resta impregnata specialmente quando fuori il tempo è umido».

È lo stesso vuoto, la stessa piega nella gamma sterminata che annusa, riempiendosene, il protagonista di Ti sento, Giuditta, racconto di Piero Chiara in cui tale Amedeo Borvelli, «uno dei più seri frequentatori del Caffè Clerici», nelle giornate di tramontana siede fermo immobile sul molo, con le spalle al vento. A raccontarlo è il ragazzino che incuriosito gli gira intorno senza riuscire a capire cosa faccia, con gli occhi chiusi e il sorriso sulle labbra, tutti i giorni lì da solo.

«Mettiti come me», gli dice l’uomo un giorno «con le spalle al vento. Respira lungo e adagio. Senti niente?». Il ragazzino non sente niente. E cosa avrebbe dovuto sentire? «Le vacche, i boasc, i boasc», e poi «il pane, il pane, a Cannobio! Il pane fresco. Non lo senti?».

Cannobio è sull’altra sponda del lago, a otto chilometri, e sta presumibilmente uscendo da un forno; poi arriva l’odore del tabacco che esce dalla fabbrica di sigari di Brissago, quello delle capre e del caffè tostato di Locarno. «Il lago non ha odore sotto il vento e non turba quelli che gli passano sopra. Stando sul molo, dove arrivano le raffiche, si possono distinguere tutti sentori che il vento, scendendo dalla Svizzera, raccoglie lungo le valli dell’altra sponda».

Ma è uno soltanto l’odore che, da trent’anni, inchioda l’uomo a quel posto, con le spalle al vento; è uno l’odore da snidare dalla piega del vento: «È qui», dice ad un tratto in un soffio; e «chiusi gli occhi», si appoggia al molo «infiacchendosi tutto», quasi sul punto di venir meno.

«Ti sento…» il ragazzino lo sente sussurrare «Ah, che roba, Giuditta… Giuditta…».

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