Edoardo Frittoli

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Il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini fu trovato da una donna di borgata alle 6,30 del mattino di domenica 2 novembre 1975 in uno squallido spiazzo dell'Idroscalo di Ostia. Nessun tiglio a fargli ombra, come aveva sperato il poeta della Nuova Gioventù, raccolta di poesie in friulano pubblicate proprio quell'anno. La sua camicia, non è candida ma strappata e intrisa del suo sangue.

La presenza della morte lo aveva accompagnato nell'ultimo suo sprazzo di vita. La si ritrova trionfante nell'ultima opera cinematografica, "Salò o le 120 giornate di Sodoma"; ricorre nella riedizione ultima delle poesie in lingua friulana; irrompe violenta nelle interviste e nei corsivi degli ultimi giorni, straboccanti di pessimismo e di sfiducia nelle possibilità di una società civile per lui ormai incomprensibile e lontana.

Pasolini muore piuttosto come i protagonisti sottoproletari dei suoi romanzi. Di una morte violenta, ucciso da un ragazzo di vita durante una notte di peccato tra le baracche di Ostia. Nessuno nota la Giulia 2000 GT Veloce proveniente da Roma con a bordo Pasolini e il diciassettenne Pino Pelosi, ragazzetto della borgata Setteville di Guidonia.

I due si appartano nello spiazzo fangoso. Poi la colluttazione. Pasolini resiste, cerca di sfuggire alla furia del suo assassino (o dei suoi). Quando stramazza a terra colpito con ripetuta violenza con un grosso pezzo di legno è ancora vivo. Ma Pelosi si infila nella potente Alfa, e nel buio passa più volte sul corpo dello scrittore, sfigurandolo e uccidendolo. Pelosi viene arrestato poco dopo.

I Carabinieri lo inseguono dopo averlo visto sfrecciare in contromano al volante della Giulia di Pasolini e il giovane confessa subito. Sembra un caso semplice: omicidio a sfondo omosessuale.

Ci sono i testimoni che lo hanno visto in compagnia di Pelosi la sera della morte al ristorante "Al Biondo Tevere" sulla Ostiense. Tutti conoscono l'omosessualità di Pasolini e sanno della sua passione per i giovani sottoproletari, ossimoro vivente del modello piccolo borghese che odiava profondamente. Chi lo conosceva sapeva che l'intellettuale rischiava ad ogni sua notte di vita. Anche la sua esistenza era sdoppiata. Pier Paolo oscillava tra i salotti intellettuali della capitale in compagnia di Moravia, di Elsa Morante, di Bertolucci per passare a Ninetto Davoli e Sergio Citti i figli prediletti, secondo Pasolini, della purezza di una civiltà ormai corrotta dal consumismo e dai valori distorti del trionfo borghese. 

Le certezze sulla sua morte durano lo spazio di un mattino. Mentre Pelosi entra a Rebibbia, gli amici come Laura Betti, Oriana Fallaci e molti altri dichiarano apertamente che il delitto Pasolini è puramente politico. Questa tesi sarebbe avvalorata da alcune testimonianze raccolte tra gli abitanti delle baracche vicine, che non avrebbero visto ma piuttosto sentito la colluttazione tra un gruppo di persone e non solo tra Pelosi e Pasolini, che era un uomo forte e atletico.

Le indagini appaiono agli amici affrettate, quasi a voler nascondere la verità, mentre sapevano che Pier Paolo si stava muovendo negli ultimi mesi su un terreno minato. Aveva attaccato la DC, accusata apertamente di continuità con il fascismo.

Ma soprattutto aveva ritirato fuori il caso della morte di Enrico Mattei, facendo il nome di Eugenio Cefis (presidente Montedison) come presunto mandante in nome dei servizi segreti italiani e americani per conto delle sette sorelle.

Mentre si svolgono i funerali, comincia la battaglia dei sostenitori del caso politico che avrebbe portato all'eliminazione fisica di un intellettuale scomodo per tutti. A destra, soprattutto. Ma anche dall'establishment di sinistra, nonostante la storica militanza nel PCI di Pasolini (che in passato lo aveva espulso proprio per la sua manifesta omosessualità).

Non piaceva dunque ai politici, ma neppure alla borghesia industriale per le sue lotte contro il consumismo. Neppure i figli di papà del '68 aveva risparmiato, parteggiando per i poliziotti proletari. Aveva pile di denunce per i suoi libri e i suoi film. Era più conservatore dei conservatori quando parlava del futuro dell'Italia, e del suo passato ideale innocente e contadino perduto per sempre. Era stato contro l'aborto, e molti in quegli anni non avevano digerito la sua presa di posizione. 

La lotta degli intellettuali vicini a Pier Paolo non produce prove determinanti a cambiare il corso dell'iter giudiziario. Pelosi paga con il carcere. Nel 2005 al Costanzo Show ritratta e dichiara di non essere stato solo quella notte, ma in compagnia di una banda di giovani con l'accento siciliano che imprecando in dialetto avrebbero massacrato di botte Pasolini.

I biografi più accreditati come Guido Santato e Domenico Naldini (cugino di Pasolini) appoggiano invece la tesi della morte violenta per una colluttazione seguita a richiesta di prestazioni omosessuali non ricambiate. Considerandola  quasi come fosse una morte predetta per le caratteristiche stesse dello stile di vita di Pier Paolo, nell'ultimo abbraccio con quella terra fangosa e sudicia di cui si era innamorato e che aveva ispirato la sua migliore produzione cinematografica e letteraria. 

Sot di un tèj clípid di vert

i colarài tal neri

da la me muàrt ch'a dispièrt

i tèjs e il soreli.

I bièj zuvinús

a coraràn ta chè lus

ch'i ài pena pierdút,

svualànt fòur da li scuelis

cui ris tal sorneli. 

Jo i sarài 'ciamò zòvin

cu na blusa clara

e i dols ciavièj ch'a plòvin

tal pòlvar amàr.


Sotto un tiglio tiepido di verde,

cadrò nel nero

della mia morte che disperde

i tigli e il sole.

I bei giovinetti

correranno in quella luce

che ho appena perduto,

volando fuori dalle scuole,

coi ricci sulla fronte. 

Io sarò ancora giovane,

con una camicia chiara, 

e coi dolci capelli

che piovono sull'amara polvere. [...]

Pier Paolo Pasolini "Il dì da la me muàrt" in "La Nuova Gioventù" (1975)

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