Luca Sciortino

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Non c’è storia accaduta in Sicilia che non aiuti a comprendere meglio l’Italia. Questa intuizione fece dire a Goethe, durante la sua visita a Palermo, che quella regione è la chiave di tutto. La nostra è però una storia dalla quale avranno più da imparare quelli che non credono nella possibilità di progetti capaci di generare crescita culturale, sociale ed economica nel Mezzogiorno. Avendo per protagonisti non solo uomini, ma anche opere e monumenti, la narrazione non può che cominciare da lontano, quando gli Arabi costruirono una cittadella fortificata vicino l’antico centro di Palermo. La chiamarono Al-Khalesa, “l’Eletta”, da cui il nome dell’odierno quartiere Kalsa, emerso con la conquista normanna del 1071, quando le mura della cittadella furono abbattute.

Quell’area, allora abitata da Arabi, si espanse per tutto il Medio Evo e oltre, con la costruzione di opere come Palazzo Chiaramonte-Steri, antica sede del Tribunale dell’Inquisizione e oggi del Rettorato dell’Università, o Palazzo Abatellis, che ospita la Galleria Regionale, con l’Annunciata di Antonello e il Trionfo della Morte. Sono di epoca più tarda altre opere come Palazzo Sambuca, dimora nobiliare tardo-barocca, l’Orto Botanico e vari dipartimenti dell’Università sparsi nel quartiere. Per la sua importanza storica, Palazzo Butera merita un posto a sé: fatto costruire alla fine del 1600 da Girolamo Branciforte, marchese di Martini, fu ristrutturato e ornato a festa per accogliere Carlo di Borbone quando fu incoronato re di Sicilia nel 1735; dalla sua enorme terrazza partì una mongolfiera un anno dopo il primo volo umano su aerostato; ospitò personaggi come Goethe e il Guglielmo II di Germania; e vicino alle sue terrazze, nell’ex albergo Trinacria, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse l’ultima parte de Il Gattopardo.

La Kalsa toccò l’apice del declino con i bombardamenti della guerra che danneggiarono molti degli edifici, fino ad acquistare la fama di un quartiere degradato. Ma oggi nelle sue strade si respira un'aria di mutamento. È una rinascita composta, che ha lasciato intatta l’anima del quartiere con i suoi motocarri a tre ruote che vendono “panelle”, le tende colorate che sbattono contro le facciate degli edifici anneriti dal tempo, i cani randagi distesi davanti le porte delle botteghe e i venditori ambulanti che lodano con il megafono i loro prodotti.

I primi segni di una trasformazione risalgono a una ventina di anni fa, quando un gruppo di giovani guidati dall’ingegnere Marco Giammona acquistarono palazzo Sambuca riportandolo in vita dopo un abbandono che risaliva ai tempi della guerra. Era il segno di una volontà di rinnovamento che veniva dal cuore di Palermo. Ma la svolta vera arrivò 2015, quando Massimo Valsecchi, collezionista d’arte, comprò Palazzo Butera avendo in mente un progetto, ora in fieri, che mira a utilizzare la cultura per ridare vita alla Kalsa e all’intera città di Palermo.

« Fin dalle discussioni iniziali avute con personalità di spicco del mondo universitario e politico della città il mio progetto prevedeva che diversi elementi dovevano concorrere alla rinascita della Kalsa» racconta Valsecchi «Da una parte vi è il restauro architettonico e artistico per trasformare Palazzo Butera in un centro dinamico di arte e di cultura, ora in fase di completamento. Ciò deve servire a recuperare tutte quelle competenze e abilità degli artigiani locali che rischiano di scomparire. La creazione di un’accademia delle arti in ambito universitario che possa basarsi su questa esperienza e contribuire anche ai futuri lavori di restauro di altri palazzi della Kalsa è anche in programma».

Un altro elemento non secondario del progetto è l’università stessa con i suoi molti dipartimenti sparsi per la città. Un mondo che sta cominciando a interagire sia con le opportunità offerte da Palazzo Butera, che vanno da un museo d’arte alla biblioteca di consultazione, dalle esposizioni temporanee alle attività didattiche per gli studenti, sia con il resto del patrimonio storico della Kalsa a partire dall’Orto Botanico, Palazzo Chiaramonte-Steri e Palazzo Abatellis.

Nelle sale di Palazzo Butera passato e futuro si alternano in un gioco di continui rimandi. Grazie all’opera di maestranze locali siciliane, le uniche in grado di utilizzare i materiali originari e lavorare nel solco della tradizione, il palazzo è ora un grande laboratorio artistico dove generazioni diverse dialogano. «Sono sono tornati a lavorare gli scalpellini, che sanno come modellare la calcarenite, gli stuccatori, capaci di eseguire modanature in gesso, gli intonacatori con il marmorino, una polvere di marmo che è naturalmente colorata e costituiva il colore originario delle pareti, gli artigiani del legno, in grado di restaurare e restituire il colore originario agli arredamenti dell’archivio e della biblioteca, i fabbri che hanno ricostruito le antiche ringhiere» racconta Valsecchi.

Due documentaristi palermitani, Ines Manca e Marco Cassina, seguono e filmano da anni i lavori del cantiere per conservare memoria degli stili e delle tecniche tradizionali, offrendo l’opportunità ai visitatori di Palazzo Butera di rivivere attraverso i loro video la trasformazione del luogo.«La necessità di fare manutenzione, come pure i molti lavori di altri palazzi storici che stanno per essere programmati e l’interazione con l’università, terranno il motore sempre in moto» tiene a precisare Marco Giammona che, con Giovanni Cappelletti, autore del progetto architettonico e museografico, ha guidato il restauro edilizio di Palazzo Butera. Prova ne è che è che il Cipe ha in questi giorni stanziato 90 milioni di euro per diversi interventi di recupero nel quartiere.

 

Lo sviluppo della Kalsa, con il suo sistema di formazione incentrato sulle arti e i mestieri, è quindi in controtendenza con i molti centri storici delle città d’arte sparse per il mondo, mummificati e ridotti a musei a cielo aperto perché il turismo si sta imponendo come unica e sola attività economica. Come nota Maurizio Carta, architetto e ordinario di urbanistica all’università di Palermo, «il progetto della Kalsa ha una poderosa carica innovativa poiché agisce contemporaneamente sull’innovazione urbana, sociale, culturale ed economica, riattivando i cicli latenti ma ancora vitali di uno dei quartieri a più alta intensità culturale».

Nella Firenze del ‘400 Lorenzo dei Medici usò i proventi delle attività economiche di famiglia per promuovere la cultura. Si calcola che a quel tempo, facendo un paragone con la nostra epoca, Lorenzo sarebbe stato al numero 1200 della classifica dei più ricchi del mondo, meno ricco di Giorgio Armani e molto meno di quanto lo era Bill Gates. Eppure, coadiuvato da filosofi e artisti come Marsilio Ficino, Poliziano e Pico della Mirandola, generò il periodo culturalmente più fecondo della storia. La storia della Kalsa, come quella della Firenze del ‘400, insegnano che più del denaro conta avere una visione.  


 

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