Edoardo Frittoli

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Al-Nakba in lingua araba significa letteralmente "la catastrofe". In Palestina è diventata sinonimo dell'esodo senza ritorno che ha riguardato oltre 700.000 cittadini arabi tra il 1948 e il 1949 in seguito alla la nascita dello Stato di Israele e la prima guerra Arabo-israeliana.

Se l'accelerata definitiva nell'esplusione degli Arabi palestinesi avvenne certamente a partire dalla dichiarazione di guerra al nuovo Stato ebraico da parte dei Paesi della Lega Araba il 14 maggio 1948, la fuga dei cittadini di religione islamica dal territorio dell'ex Mandato britannico era in realtà cominciata nei difficilissimi e sanguinosi mesi che precedettero la risoluzione delle Nazioni Unite che darà vita allo Stato ebraico.

Le violenze, gli attentati e la paura (1947-1948)

Durante l'ultima fase della presenza britannica, segnata dal graduale disimpegno nel governo cominciato nel 1920, la Palestina era stata segnata da una forma di guerra civile combattuta da tre soggetti in conflitto tra loro: da una parte le forze paramilitari israeliane (precedenti all'esercito regolare) inquadrate nell'Haganah e nell'Irgun, un'organizzazione terroristica estremista che aveva come obiettivo sia gli Arabi che gli Inglesi.

L'escalation di violenze, estese a tutto il territorio della Palestina, era stata costante. Le milizie israeliane erano gradualmente passate dalla difesa all'offesa in una fase di guerra psicologica, fatta di attentati e rappresaglie reciproche tra i coloni e la popolazione arabo-palestinese che rispondeva al fuoco, sia nelle città che nei villaggi. Uno degli episodi più gravi fu causato dall'azione dell'Irgun, dei cui vertici faceva parte anche il futuro premier Menachem Begin. Il 9 aprile 1948 i membri dell'organizzazione paramilitare avevano massacrato la popolazione di Deir Yassin sulla strade per Gerusalemme con l'alibi di sgomberare la via verso la città.

Questo ed altri massacri hanno diviso la storiografia mondiale sulla analisi della Nakba  con alcuni storici che hanno inquadrato l'azione dell'Irgun come vera e propria pulizia etnica. La prima analisi data invece dalle fonti israeliane cronologicamente più prossime ai fatti indicò le violenze dei paramilitari come causate da necessità strategico-militari in preparazione della guerra di indipendenza con la serie di evacuazioni e distruzioni che precedettero lo scoppio del conflitto il 14 maggio. La più recente storiografia ha invece analizzato i fatti che innescarono l'esodo palestinese ascrivendoli ad una serie di concause che avrebbero accelerato la Nakba: da una parte la costante pressione armata dei paramilitari israeliani (che in molti casi hanno generato un'evacuazione spontanea della popolazione)  e dall'altra l'approssimarsi di una guerra contro gli Stati arabi in cui gli abitanti della Palestina si sarebbero venuti a trovare nel mezzo delle operazioni belliche.

Un "esodo" pianificato

Già nel giugno del 1947 i comandi dell'intelligence dell'Haganah avevano preparato il piano di "trasferimento" della popolazione arabo-palestinese, esercitando una pressione sempre più consistente. Nell'aprile del 1948 l'Haganah combatteva alle porte di Haifa e in Tiberiade, mentre l'Irgun iniziava il bombardamento di Jaffa.

Dal 15 maggio 1948 l'esodo diventò biblico, con la Brigata Alexandroni che spiana i villaggi arabi aprendo la strada per Gerusalemme causando l'esodo forzato di 250.000 Palestinesi nei giorni immediatamente successivi. Il 14 luglio sarà la volta dei 60.000 deportati da Ramallah e Lydda motivati dalle necessità di sgombero per l'avanzata dell'Esercito egiziano. Altri 250.000 lasceranno città e villaggi nelle ultime fasi della guerra durante i primi mesi del 1949, quando il bilancio stimato fu di oltre 500 villaggi distrutti e 11 aree urbane evacuate in territorio palestinese. Nella conferenza di Losanna alla fine della Prima guerra Arabo-israeliana, le nazioni della Lega Araba rifiuteranno l'ultima e unica proposta israeliana sul rientro parziale di 100.000 profughi, che sarà in seguito ritirata. Una seconda ondata di profughi dalla Palestina si verificherà durante la schiacciante avanzata israeliana durante la guerra dei Sei Giorni del 1967. Ad oggi, sono circa 5 milioni i Palestinesi in esilio all'estero.

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