Edoardo Frittoli

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Le Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) si inquadrano storicamente come parte dei moti rivoluzionari scoppiati in tutta Europa in contrasto alla Restaurazione delle monarchie assolute seguita alla caduta di Napoleone ed al Congresso di Vienna del 1815.

Successive ai moti liberali del 1830-31, le rivolte di 170 anni fa videro per la prima volta affacciarsi in Europa come protagonisti i movimenti operai (a Parigi) e le forze democratiche della nuova borghesia industriale ed intellettuale soffocata dagli antichi regimi dinastici.

In Italia i primi moti del 1848 erano scoppiati nel Regno delle Due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, che alla fine di gennaio fu costretto a concedere la Costituzione. Anche nello Stato Sabaudo il sovrano Carlo Alberto dovette cedere alle richieste dei rivoltosi promulgando una delle costituzioni liberali più longeve, lo Statuto Albertino, abolito solamente nel 1946.

I moti rivoluzionari non avevano risparmiato Vienna, provocando la caduta del più importante esponente della Restaurazione: Klemens Von Metternich. L'Imperatore Ferdinando I dovette riconoscere le indipendenze di Ungheresi, Cechi e Croati.

Le notizie giunte da Vienna incendiarono poco dopo anche Milano e il Lombardo-veneto, governato dagli Asburgo e creato proprio da Metternich al Congresso di Vienna. Naturalmente, tutte le cariche istituzionali erano in mano agli Austriaci e di nomina regia. Le cariche di secondo piano venivano concesse alla nobiltà lombarda per meglio legarla alla corona Asburgica, mentre la nascente borghesia industriale era quasi totalmente esclusa dal governo guidato in quegli anni dal nobile boemo Josef Radetzky.

Per quanto riguarda la popolazione contadina invece, gli Austriaci rappresentarono un buon esempio di amministrazione, date le importanti riforme varate già dai tempi di Maria Teresa d'Austria e per la saldissima fede cattolica dell'Impero Austro-Ungarico. Fu per questo motivo che al termine della Prima Guerra d'Indipendenza i contadini lombardi e veneti salutarono con sollievo il ritorno degli Austriaci dopo la vittoria nella Prima Guerra d'Indipendenza.

Le Cinque Giornate di Milano sono dunque da ascrivere in un contesto specificamente urbano e promosse da una élite intellettuale e borghese, che rivendicava il proprio ruolo nel cammino verso l'Indipendenza nazionale, con rappresentanti di diverse correnti ideologiche, dai democratici ai monarchici a favore dei Savoia.

A Milano, le notizie dei moti di Vienna e delle concessioni dell'Imperatore accesero la miccia di una bomba già innescata dagli eventi precedenti (elezione di Pio IX e di un arcivescovo italiano a Milano, Bartolomeo Romilli). Le provocazioni tra la polizia austriaca e i milanesi crebbero con i mesi, sfociando in scontri e in azioni di sabotaggio commerciale, come lo sciopero del tabacco per danneggiare il monopolio di Vienna. Il risultato fu l'acuirsi della reazione del governo di Radetzky e i primi morti negli scontri seguiti allo sciopero del gennaio 1848.

Fu la notizia delle dimissioni di Metternich a far scoccare la scintilla della rivolta: il 18 marzo i verici della rivolta chiamarono la popolazione a manifestare pacificamente di fronte al palazzo del Governo milanese in piazza Mercanti. Alle richieste dei cittadini che chiedevano libertà civili, gli Austriaci risposero con le armi e i disordini si estesero a tutta la città costringendo Radetzky e i suoi soldati a rinchiudersi nel Castello Sforzesco, mantenendo comunque il controllo della cinta muraria di Milano e riuscendo a concentrare truppe giunte dall'esterno a presidio della città. Male armati, i rivoltosi dovettero impiegare vecchie armi recuperate nei musei e adoperarsi in azioni di sabotaggio, innalzando le prime barricate per le vie del centro storico. Il 20 marzo si riunì a casa del podestà Gabrio Casati il Governo provvisorio, di cui faceva parte anche Carlo Cattaneo. Durante lo stallo che seguì la prima giornata di scontri, il consiglio degli insorti si divise tra i nobili che invocavano l'aiuto di Carlo Alberto di Savoia già pronto a Novara con l'esercito, ed i democratici capeggiati da Cattaneo che propendevano per una gestione indipendente dei moti.

Quest'ultima fu la corrente che prevalse, ed i combattimenti ripresero con l'assalto alle caserme austriache durante i quali morì uno dei capi della rivolta, Augusto Anfossi. In possesso di nuove armi, i milanesi guidati da Luciano Manara riuscirono a liberare Porta Tosa (che dal quell'impresa sarà poi nota come Porta Vittoria).

Per non rimanere impantanato dalla rivolta a Milano durante l'avanzata dei Piemontesi, Radetzky decise il ritiro nelle fortezze del Quadrilatero, lasciando la città il 22 marzo 1848. Al termine degli scontri fu la posizione dei nobili a prevalere, e a Carlo Alberto fu offerto di annettere Milano al Regno di Sardegna. Inizialmente deciso ad accettare l'offerta, il sovrano piemontese cambierà i suoi piani a causa degli sviluppi sfavorevoli della campagne militari della Prima Guerra di Indipendenza, che risulteranno nella riconquista dei territori perduti da parte degli Austriaci, che il 6 agosto 1848 rientrarono da padroni a Milano, quando tutti i capi della rivolta delle Cinque Giornate avevano già abbandonato la città.

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