L’imperfetto: la ferocia dell’essere (stati) figli
L’imperfetto: la ferocia dell’essere (stati) figli
Cultura

L’imperfetto: la ferocia dell’essere (stati) figli

Già da qualche giorno alcuni immaginari riflessi dell’attualità – il tango, il calcio, le madri di Plaza de Mayo, «Pàgina/12», il suono dolcemente musicale e rotondo dello spagnolo di Argentina – mi facevano vorticare in testa un racconto di Osvaldo …Leggi tutto

Già da qualche giorno alcuni immaginari riflessi dell’attualità – il tango, il calcio, le madri di Plaza de Mayo, «Pàgina/12», il suono dolcemente musicale e rotondo dello spagnolo di Argentina – mi facevano vorticare in testa un racconto di Osvaldo Soriano che si chiama Giocattoli. Stavo per dire che per me è stato un’epifania, ma certamente la parola deve essermi stata suggerita dal fatto che il racconto si svolge a partire proprio da un sei gennaio, giorno del compleanno di Soriano. Il padre gli ha regalato un camion di legno, verde, «con il rimorchio, le ruote di radica e la capote che si apriva»; a lui non piace: non è come le macchine di latta sfolgoranti e lucide che vede nelle vetrine dei negozi. In più, il giorno dei Magi le poste di Buenos Aires regalano giocattoli ai bambini che si rechino a ritirarli. Ma suo padre non vuole che Osvaldo prenda qualcosa che lui non può comperargli. Per questo ha fatto quel camion con le sue mani. Ma niente da fare: Osvaldo, come sanno tutti quelli tra noi che sono stati bambini, è deluso e arrabbiato. Di nascosto scrive una lettera al Generale Peròn in persona, la affranca, la imbuca, e poi se ne dimentica.

«Il tempo – scrive nel ’93 – sembrava interminabile, allora». Un giorno si ferma davanti casa loro una Buick con dentro tre persone: cercano suo padre. Lo vede allontanarsi e salire in macchina. Quando rientra, è pallido ma sorridente. «Non riusciva a decidersi tra l’orgoglio e la rabbia». Il generale, che lui chiama «degenerato mentale» o in alternativa «disgraziato», stava andando a Mendoza e si è fermato a salutarlo in quanto funzionario dei lavori pubblici. «Non morirò senza averlo visto cadere», impreca. Qualche tempo dopo suonano alla porta: «Presidenza della Nazione», annunciano, e scaricano una scatola contenente giocattoli, e un biglietto firmato Generale Don Juan Domingo Peròn con su scritto «Divertiti». Il racconto finisce in quella terra letteraria che si chiama Nel nome del padre – e da lì in Racconti degli anni felici – come una meteora perennemente in viaggio, che lo costringe a tenere lo sguardo sempre in alto a sfiorare la sua chioma, nell’impossibilità di dimenticare la colpa e il suono di quella condanna: «Divertiti».

Ho messo a fuoco questo racconto, fino a quel momento, come ho detto, solo confusamente suggerito dall’elezione del papa e dal suo, di passato, l’altra sera, ascoltando all’Auditorium  Nanni Moretti che leggeva alcuni Sillabari di Parise.

In particolare uno di questi, Gioventù, ha aperto la riflessione fondamentale che mi ha permesso di recuperarlo: verso la fine Parise scrive: «Lei parlava poco e possedeva una autonomia animale, lenta e armonica, che la poneva in contatto diretto con le cose essenziali della vita. (…). Egli si sentiva escluso da questo contatto, perché era un uomo indiretto».

Essere individui indiretti è, per chi scrive, non poter liberarsi del proprio passato almeno quanto è non saper vivere nel presente. L’imperfetto dei Sillabari – non a caso ricalcato sulla forma ferocemente coattiva della fiaba («un giorno, un uomo che amava il mare») – concorre a rafforzare questa distanza tra sé e ciò che è contemporaneo e forte, fosse anche l’amore, e ha la particolare qualità di apparire semplice dove è spietatamente immutabile, come se segnasse una continuità del passato nel presente che le insufficienze dei tempi verbali (il passato prossimo con la sua puntualità, il passato remoto con la sua occasionalità e lontananza) non riuscirebbero a rendere. E quando il passato “continua”, lo fa sempre a scapito del presente, che ne è consumato.

Moretti ha poi letto un passo della postfazione di Natalia Ginzburg ai Sillabari in cui lei si dice conquistata alla prosa di Parise proprio grazie all’uso che lui fa dell’imperfetto.

«L’ imperfetto era di una qualità nuova, sottile e particolare», scriveva. Triste e fuggevole, «stava al fondo dei racconti» di Parise quasi «riflettendovi il corso fuggevole della vita».

E più avanti aggiungeva: «Penso che a Parise sia a un tratto accaduto di trovarsi in armonia con il suo proprio imperfetto, cioè con quella segreta cadenza che accompagna le nostre azioni, promesse, delusioni, e memorie e congiunge dentro di noi i tempi della nostra vita».

A riprova di ciò, Moretti, la voce un po’ velata, stanca, ha letto un passo di Caro Michele di Ginzburg, un passo di una lettera che una madre, Adriana, scrive a suo figlio Michele:

«Mi accorgo che ho usato l’imperfetto, ma in verità penso che tuo padre stia molto male e che non ci incontreremo mai più da Canova ogni primo giovedì del mese». Smettila di essere figlio, gli sta dicendo, e prenditi cura di lui. Quel passato non si evolverà mai, come sappiamo, perché verrà risucchiato dal terrorismo.

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In Nel nome del padre di Soriano c’è un altro racconto che si chiama Petrolio: è il ’62, Osvaldo e suo padre vanno a visitare i pozzi dell’ente di Stato, ciascuno sulla propria moto, di mattina presto. Il padre ha un adesivo di Marlene Dietrich sul cruscotto, lui uno di James Dean. C’è un incidente, il padre finisce in un fosso. La moto giace rovesciata, suo padre ce la fa a rimettersi in piedi, si massaggia la gamba e bestemmia. «Sembra un fantasma a lutto stagliato nella lontananza». Osvaldo sa che quel momento durerà per sempre. Scrive infatti: «Lo lasciai andare avanti e vedo ancora la sua camicia aperta che si agita nel vento. (…). Sono ancora qui, fermo con mio padre in mezzo alla strada. Invento storie perché mi piace stare solo con una sigaretta e sono vicino all’età che aveva mio padre quando si è rovesciato con la moto. Mi piacerebbe sapere quale opinione ha di me (…), che mi regalasse un giocattolo e mi raccontasse quante volte si è innamorato; che mi spiegasse che cazzo ci facevamo tutt’e due su una strada di Naquèn (…) mentre nel transistor si spegneva la voce di Julio Sosa coperta dagli accordi di un’altra marcia militare».

Scrivere forse è in fondo questo: raccontare il proprio padre ai propri figli, o, quando non li si ha, a sé stessi per dimenticarlo, allo stesso modo in cui vivere è superare l’età che aveva nostro padre il giorno che abbiamo cominciato a ricordarlo.

 

Parole a memoria, Francesco De Gregori

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