Vinicio Capossela, 'Il paese dei coppoloni'- La recensione

La storia infinita di un paese dimenticato, una danza tribale di parole "infangate con la terra"

Il paese dei coppoloni

Il paese dei coppoloni, particolare dell'immagine di copertina – Credits: © Rocco Briuolo

Michele Lauro

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Il grande libro dei conti in sospeso (in greco Tefteri, come il titolo del bel romanzo di qualche anno fa) che è l'opera di Vinicio Capossela si arricchisce di un capitolo travolgente. Il paese dei coppoloni salda il conto con la terra degli avi, l'Irpinia trasfigurata in una maestosa rupe dantesca, pietrificata nell'istante in cui la grande scossa fermò le lancette degli orologi. On the road "in armonia con l'arcaico", la traversata del narratore viandante è scandita in settantadue quadri con un montaggio libero, cinematografico e ovviamente musicale. Una danza tribale, un Guarramonio universale, una trance dal climax maestoso.

Capossela è un esempio vivente di quanto i confini tra le discipline possano essere permeabili. La sua patchanka musical-letteraria è riflesso di una creatività irriducibile a una sola forma espressiva. Palpitante e istintiva, intima e sguaiata, sovraccarica e circense, animista e rituale, sensitiva e oracolare, imbevuta di enigmi in un arco di riferimenti che va da Omero a Melville, da Ariosto a Leopardi, da Carlo Levi a Vittorini, da Jack Kerouac a William Borroughs, dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge al Battello ebbro di Rimbaud, dal Gatto nero gatto bianco di Kusturica allo Zorba di Kazantzakis, da Alan Lomax a Ernesto De Martino, da Tom Waits a Fabrizio de André.

Un grammelot di parole "infangate con la terra" risuona per più di trecento pagine. Arcaismi, neologismi, onomatopee. Difficile entrarci, difficile poi uscirne, rapiti dalla sua sirena. Parodia, allegoria, satira o magico realismo, chi può dirlo? Io so solo che una schiera infinita di stortinomi umani e animali - Tottacreta e Micciarello, Patapata e Pescenacca, Compàvicienzo e Cazzariegghio, Testadiuccello e Bottacatascia, Mammenonne e Pacchi Pacchi, Vuorpe e Cersopelo, Hirpos e Vicciofatuo - danzano insieme pagina dopo pagina come nella quatriglia della vita, recando con sé la memoria di un tempo perduto che improvvisamente transuma nel presente, come una melodia dietro alle pezze dei vagamondo.

"Tutto era materia. Lo spirito scappava". Il contrasto tra fisicità e spiritualità è l'affascinante registro simbolico del Paese dei coppoloni. Libro che può essere letto come una parabola sull'eterna lotta fra anima e corpo. Rex cogitans e rex estensa, cartesianamente, si fronteggiano dando supremazia ora all'indole ferina dell'uomo ora al misticismo pre-religioso della cultura contadina, con il suo carico di fatalismo e melanconia. Le incarnazioni meccaniche della rex estensa sono in questo libro memorabili "castelli di ferro e fracasso", pulsanti reperti di archeotecnologia dalle sembianze antropomorfe: catarrose Fiat 1500, cambion sferraglianti, mototrebbiatrici alate, caffettiere bifronti, giostre tentacolari, busciarde televisioni.

Il narratore s'inabissa con la scusa di recuperare i Siensi, cioè "i senni dell'intelletto, fonte della saggezza, che fanno conoscere come si è fatti e come è fatto il mondo", si legge nel glossarietto finale. Materia volatile, sempre sul punto di abbandonarci, i Siensi sono l'unico antidoto all'ira, all'irrequietezza silvana, alla paura che ci governa. Così il viaggio iniziatico è il ritorno alla terra inteso in una tripla accezione spazio-temporale-esistenziale: recupero dell'infanzia, delle radici mitologiche di luoghi dimenticati ma imbevuti delle storie leggendarie di chi li abitò, recupero della rex cogitans perduta.

Arriva un punto della vita, dice il viandante, che le terre cominciano a venirti a trovare. Sarà forse il bivio dell'esistenza impersonato dal crucistrada, il "mezzo del cammin" che obbliga alla scelta. Sarà il crash dell'istante in cui la fiera delle vanità e la caducità delle illusioni umane si palesano d'improvviso. Il tempo del pentimento e della colpa e del rimpianto. Il novello Astolfo arriva sulla Luna, immensa come tutte le serenate che le siano mai state rivolte, ma la sua hybris gli brucia le ali: ogni macchia sulla purezza della gioventù, ogni fiore buttato, ogni goccia d'amore perduta volle reclamare il suo conto.

Immagini tese e poetiche, intrise di malinconia, a raffigurare l'amore per la vita e della vita l'intrinseca contraddizione, "che il troppo è per poco e non basta ancora / ed è una volta sola". Perché all'uomo - quante volte - piace perderli, i Siensi. Mentre tutt'intorno la terra rinnova l'inizio del tempo, indifferente, nell'aria risuona il mantra dell'aedo Capossela travasato qui da una canzone, la preghiera dell'uomo nudo davanti al mistero che lo sovrasta: "Ovunque proteggi / la grazia del mio cuore".

Vinicio Capossela
Il paese dei coppoloni
Feltrinelli
352 pp., 18 euro

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