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Valerio Massimo Manfredi: "Sono stato guerriero e imperatore, ora sono prete"

Lo scrittore esce con un libro appassionante, dove il personaggio è ispirato a un sacerdote-guerrigliero che ha combattuto in Congo a fine Anni 50 ed è ancora in vita. In un'intervista a Panorama svela i congegni della trama e i riti della creatività

Valerio Massimo Manfredi

Stefania Vitulli

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"Per il persiano la traduttrice è la stessa di Dante" chiosa con una punta di orgoglio Valerio Massimo Manfredi ai suoi numeri da record: oltre 12 milioni di copie vendute, di cui 5 soltanto con uno dei suoi "long seller", la trilogia di Aléxandros (Mondadori), tradotto in 35 lingue in 76 Paesi.

Ogni volta il filone d'oro, adatto a lettori di tutto il mondo: un talento, sì, ma anche i dietro le quinte di un'autentica officina letteraria individuale, che ha prodotto, tra gli altri, la trilogia di Ulisse, L'ultima legione, L'armata perduta, Otel Bruni, Teutoburgo (tutti usciti per Mondadori). L'orgoglio è davvero solo una punta, perché lo scrittore, saggista, sceneggiatore e archeologo emiliano, nato nel 1942, ha ben altro a cui pensare: nelle storie che evoca, lui ci vive.
È successo anche con il romanzo in uscita in questi giorni, Quinto comandamento (Mondadori): la vicenda reale e straordinaria di un missionario e della sua "legione" di mercenari in Congo.

Come ha capito che quella di padre Pansa era una storia che funzionava?
Un sacerdote che imbraccia le armi va raccontato. Una volta gli ho chiesto: "Hai mai ucciso qualcuno?". Disse: "No, ma è come se l'avessi fatto. Quando ho visto un mio confratello squartato, mentre gli divoravano il fegato ho premuto il grilletto. Ma il mitra era un'imitazione cinese del Kalashnikov e si è inceppato".

Con quali modalità si trasforma una storia vera in un romanzo?
Una volta mi ha mostrato le foto dei veri protagonisti: "Vediamo se li riconosci". Mi ero immedesimato a tal punto che li ho riconosciuti tutti, senza averli mai visti prima. Sono diventato io stesso un membro del commando. Mentre scrivevo, mi trovavo di fronte a queste atrocità indicibili e immaginavo che cosa avrei provato io. Bisogna immedesimarsi, altrimenti quel che scrivi diventa una pagina di giornalismo o un saggio. Ma il romanzo è lacrime, sangue, orrore, urla, strazi. Non è un picnic.

Questo è il suo segreto: l'immedesimazione.
Niente nozioni, per quelle basta dare 500 euro a un qualsiasi studente del secondo anno: ci vuole il governo di emozioni potentissime. Voglio dare al lettore la possibilità di vivere una vita parallela e inedita, che il suo destino personale non gli avrebbe mai permesso.

Niente documentazione?
Ma certo, studio, anche. Per Aléksandros tutte le mattine avevo sul tavolo le fonti basilari: Plutarco, Diodoro, altri frammenti. Li tenevo aperti tutti assieme e costruivo la sua giornata, attingendo ai brani più intensi e impressionanti. Per Il faraone delle sabbie mi sono fatto procurare un appuntamento con un agente del Mossad: ci siamo bevuti una Maccabi al King David Hotel di Gerusalemme.

Come fa a entrare, "fisicamente", nel plot del libro che sta scrivendo?
Uno dei miei "particolari di bottega" è la musica. Ho un collaboratore cui spiego che cosa sto scrivendo e questo genio mi costruisce una colonna sonora diversa per ogni romanzo. Così mi isolo dal mondo, dal presente, dalla mia stessa famiglia e vado in trance. È accaduto anche con Aléxandros, che però ebbe una genesi e un finale particolari.

Cioè?
Era l'epoca in cui Christian Jacq aveva scritto Ramses e arriva da me il suo editor: "Se tu dovessi scrivere di un grande personaggio dell'antichità, chi faresti?". "Alessandro", ho risposto. "Che ne diresti invece di fare Zeus?". Per me non poteva funzionare e non se ne fece niente. La settimana dopo andai a consegnare Il faraone delle sabbie in Mondadori e a pranzo il mio editor, Antonio Franchini, mi dice: "Vale', perché non facciamo un'operazione di grande fatturato?". Onestamente non mi sono mai occupato del fatturato: se c'è una storia che mi affascina, mi viene subito il desiderio di percorrerla. "Ma se dovessi, chi sceglieresti?". "Alessandro". "Andiamo subito dal "professore"" propose. Andammo appunto da Gian Arturo Ferrari, che allora era a capo del settore dei libri della casa editrice, che disse: "Benissimo, cinque volumi". E voleva farmi il contratto: "Solo tu puoi farlo" mi disse Ferrari. "Se accetti, spendo un miliardo di lire per il lancio".

E lei accettò?
Mi preoccupai, chiesi tempo: "A Natale vado a sciare: lavorerò per dieci giorni e se vedo che la storia decolla, facciamo il contratto".

Come andò?
Andai su, mi portai le cuffie e il cd: musiche straordinarie. Scrissi cento pagine in dieci giorni.

E il resto?
In un maso a 1200 metri, restaurato dall'amico Giorgio Fornoni. Un boscaiolo mi mandava la colazione con la teleferica, scrivevo di notte. Il 4 ottobre del 1998, compleanno di mia moglie, che è anche la mia traduttrice, dissi: "Ho finito". Ma in verità il finale non l'avevo. "Non può finire con la morte, deve sfondare nell'eternità" ho detto a Giorgio. E lui mi fa: "Vuoi vedere un video che ho fatto su Dominique Lapierre in India?". Lo vidi: era bello. Ma a me interessava la musica di sottofondo".

La voleva per l'epilogo?
Il giorno dopo mi arrivò il cd. Con un taxi da Milano, sempre con la teleferica. C'era la luna piena, in fondo il rumore del fiume: alle due di notte mi sono seduto e ho scritto il finale di getto. È stato pubblicato così, senza cambiare una sola parola. Nella "bisaccia", però, bisogna avere tutta questa roba. Altrimenti non funziona. 


(Articolo pubblicato nel n° 38 di Panorama in edicola dal 6 settembre 2018 con il titolo "Sono stato guerriero e imperatore, ma stavolta mi sono fatto prete")

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