Prosciutto e timballi: a tavola coi Gattopardi siciliani

Cene d’autore/5. Fragranza di zucchero e cannella, vapori carichi di aromi, fegatini e ovetti duri: cosa si mangia nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

(Credits: Ansa)

Filippo Maria Battaglia

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Cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli,  anzi da millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato, mettendo  a tavola i suoi principali personaggi. In dieci puntate , proviamo a raccontare il rapporto tra cibo e letteratura attraverso classici, romanzi e libri di successo.

Immaginate la scena (aiutandovi magari con i ricordi legati al film): un sontuoso timballo irrompe durante la cena servita a Donnafugata, quando Angelica Sedàra viene presentata alla famiglia del principe di Salina.

Parliamo ovviamente del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma torniamo subito al piatto: «l’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un vapore carico di aromi, si scorgevano poi i fegatini di pollo, gli ovetti duri, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi impigliate nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio».

Fame, eh? Difficile non provarla. Ma dietro la descrizione del piatto si nasconde una piccola censura. «Gli ovetti duri» evocati nel passo non sono infatti altro che uova sottratte dal ventre della gallina uccisa. Una prelibatezza che fino a mezzo secolo fa era molto in voga sulle più ricercate tavole isolane. Lampedusa glissa sul rito sanguinolento per una ragione di opportunità «letteraria»: l’ingresso del timballo coincide infatti con quello della splendida Angelica (interpretata nel film omonimo da Claudia Cardinale).

«E’ un pranzo, questo di Donnafugata – ha scritto Mary Taylor Simeti -, tutto di forza, di splendore, e di piacere, in cui l’unico accenno alla morte viene dalle venefiche ma patetiche fantasie della povera Concetta, sconfitta nel suo amore per Tancredi dalla prorompente vitalità e bellezza di Angelica nello stesso modo in cui il timballo sconfigge l’elegante “brodaglia” che i commensali temevano di trovare».

L’atmosfera che qui si respira è dunque distante anni luce dall’ombratura che domina quasi tutto il romanzo. Una felice eccezione, quindi. Per il resto, la patina di un declino ormai inevitabile finisce  per contagiare anche gli aspetti più edonistici legati al cibo.

Ogni volta che troneggiano piatti e manicaretti, il ritratto del principe Fabrizio viene fuori in modo più accentuato. La sua autorevolezza, il suo rango sociale, il suo scabroso rapporto con il tempo e con la morte (che troveranno un tragico epilogo solo nelle ultime pagine del romanzo) traggono forza  dal rapporto dialettico (e soprattutto di contrasto) che il nobiluomo ha nei confronti del cibo. Del resto, la rievocazione dei manicaretti non lascia ombre sull’intenzionalità di certe descrizioni di Tomasi e sull’inevitabile accezione fatalista che colora persino i trionfi culinari di un banchetto nelle intenzioni propizio.

Così, le aragoste non sono cotte ma «lesse vive», le beccacce non sono adagiate ma «reclini» e le decorazioni sono procurate grazie alle «loro stesse viscere triturate». E l’unica nota di gioia della cucina del Gattopardo finisce col coincidere col sontuoso timballo durante la cena di Donnafugata.

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