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Mark Fisher, Realismo capitalista

"Realismo capitalista", il pamphlet più famoso del critico e teorico inglese Mark Fisher, esce finalmente in Italia con Nero Editions

Realismo capitalista di Mark Fisher

Matilde Quarti

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L’esperienza di Mark Fisher si inserisce in quella più ampia stagione che, tra la fine degli anni Novanta e primi decenni del Duemila, ha visto fiorire una critica dirompente e profondamente legata alla cultura underground. Fisher, infatti, è uno dei membri fondatori della CCRU, la Cybernetic Culture Research Unit dell’università di Warwick, impegnata in speculazioni sul rapporto tra Rete, filosofia e politica. Ma è con il suo blog personale, K-Punk, che Fisher è diventato un fondamentale punto di riferimento nei primi, animati dibattiti sul web, in cui critica musicale e cinematografica si univano a una più specifica riflessione sui cambiamenti politici e sociali in corso.

Realismo capitalista (appena uscito in Italia con Not, la collana di libri in italiano della casa editrice d’arte Nero Editions) è un pamphlet pubblicato da Fisher nel 2009 con l’editore indipendente Zero Books, un testo semplice che, unendo una serie di interventi usciti su K-Punk, non parla a un’élite ma si interroga con linguaggio immediato sul nostro futuro prossimo.

There is no alternative

Realismo capitalista muove dall’assunto che il “there is no alternative” tatcheriano, identificando il capitalismo come unica possibile strada economica percorribile, ha prodotto una impasse politica che sembra ormai irrealistico superare. I partiti, teorizza Fisher, non sono più capaci di pensarsi al di fuori di un orizzonte capitalista, e di conseguenza “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.

Anche i movimenti anticapitalisti non fanno in realtà altro che proporre reiteratamente una serie di modifiche del sistema, restando però inevitabilmente sempre in seno al sistema stesso. Potremmo immaginare lo status quo descritto da Fisher come una sorta di tapis roulant di un ristorante di sushi all you can eat: nonostante lievi differenze, i piatti proposti sono invariabilmente gli stessi.

Il problema però, come possiamo immaginare, investe non solo l’ambito politico ma l’intera temperie culturale in cui siamo immersi. Non è un caso se anche in ambito culturale assistiamo alla continua riproposizione di un pastiche di vecchi temi, riassemblati e riproposti per i nostri palati assuefatti (come la serie Netflix Stranger Things e, in generale, tutto il confortevole immaginario anni Ottanta a cui continua ad attingere lo storytelling): “Senza il nuovo, quanto può durare una cultura? Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?” scrive Fisher.

Il disagio psichico come problema politico

Fisher definisce l’immobilismo dei giovani “impotenza riflessiva”: uno stato in cui la consapevolezza della situazione in cui si è immersi è accompagnata dalla certezza di non poter far nulla per modificarla. All’immobilità che descrive Fisher consegue – forse neanche così tanto paradossalmente – un’assoluta libertà: se è impossibile evolvere, allora è anche inutile porre quei veti e quelle sanzioni che determinano l’illusione di un percorso. Da questo punto di vista non è tangenziale far notare come l’analisi di Fisher, che ha anche insegnato in una scuola-parcheggio per persone che non ce l’avrebbero mai fatta a proseguire gli studi, sia profondamente legata alla dimensione della società inglese in cui viveva, rigidamente divisa in classi difficilmente permeabili e in cui nascere in un quartiere o in un altro può essere determinante in termini di possibilità pratiche.

In ogni caso l’inerzia edonistica che evidenzia Fisher è un problema evidente di un largo strato delle nuove generazioni, così come è innegabile anche l’aumento di patologie psichiche come la depressione in una fascia d’età ancora molto giovane (in Gran Bretagna, scrive Fisher, “è la condizione più trattata dal sistema sanitario nazionale”). Il disagio psichico in quanto tale non è evidentemente “colpa” del capitalismo: quello su cui Fischer si interroga è però come sia possibile che sia oggi diventato qualcosa di sistemico. Possiamo considerare la depressione una sorta di disfunzione del capitalismo? Secondo l’autore (a lungo malato di una depressione che lo ha portato alla morte nel 2016) sì, ed è necessario che il problema di stress e ansia venga reinquadrato e smetta di essere scaricato unicamente sulle spalle di chi ne soffre.

Più che risposte, Realismo capitalista presenta una situazione che di decennio in decennio (e nonostante una crisi economica nel mezzo) si è cristallizzata facendo sprofondare le società capitaliste in un clima diffuso di infelicità e disaffezione. Alla proliferazione della malattia mentale, a una burocratizzazione del lavoro che, lungi dall’essersi snellita, è diventata ancora più pervasiva, alle public relation e allo smart working che hanno sovvertito non necessariamente in maniera proficua i ritmi della vita, si aggiunge l’inevitabile catastrofe ambientale. Ma in tutto questo, per Fisher, si apre anche un’incredibile opportunità: “Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpa torna possibile”.

Mark Fisher
Realismo capitalista
Nero editions, 2018
152 pp., 13 euro

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