Luciano Funetta, 'Dalle rovine' - La recensione

Un noir psicologico che attinge alla rettilofilia e sfida i tabù su uno spartito ipnotico

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Dalle rovine, particolare della copertina

Michele Lauro

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Un'avvertenza, sto per parlare di un romanzo straniante o meglio perturbante, nel significato che diede al termine Sigmund Freud nell'omonimo saggio del 1919 (titolo originale, Das Unheimliche). Chiudete questa pagina se avete la fobia dei serpenti o vi angoscia l'impulso sessuale maschile quando si manifesta connesso all'onnipotenza infantile, alla volontà di dominio e alla morte. L'esordio di Luciano Funetta, Dalle rovine, è un'avventura noir dentro la membrana di questa materia viscida e "sconveniente". Il diario di una allucinata ossessione compilato da un'insolita voce narrante: un "noi" che potrebbe essere un fantasma o il doppio di qualunque cosa. O potremmo essere noi?

Abbandonati lavoro e famiglia, Rivera passa il suo tempo a collezionare serpenti. Il mondo della pornografia - finemente rappresentato come un microcosmo di rituali accoppiamenti e solitudini, figure lugubri e selvagge prigioniere di una prigione invisibile, orchestrato da oscuri burattinai consapevolmente avviati verso la catastrofe - lo accoglie come una presenza sciamanica, come il depositario di un'energia potenziale da trasformare in opera d'arte: Dalle rovine, abietta estrema sceneggiatura germinata nella mente di un tenebroso argentino, un "condor dagli occhi gialli come fiori di croco".

Serpenti e pornografia artistica accendono la scintilla del metaromanzo sullo sfondo degli sfuggenti dualismi codificati dalla psicanalisi: moralità e perversione, legge e trasgressione, desiderio e vizio, punizione ed espiazione. Dalle teche dove il collezionista ha riposto il bisogno di controllo sul caos dell'esistenza si sprigiona un'energia perversa-polimorfa da cui Funetta trae ispirazione per la discesa nei bassifondi dell'inconscio collettivo. Il suo universo di uomini che "rappresentano un incubo per se stessi", theatrum mundi degno di un marchese De Sade, è fastidiosamente contiguo alla materia di cui sono fatti i sogni di tutti. Per questo la sua indecenza, come accade nei migliori horror, atterrisce e attrae.

D'altra parte cose che sarebbero perturbanti se accadessero nella vita non sono perturbanti nella poesia. Sono parole di Sigmund Freud, per il quale anzi "nella poesia esiste, per ottenere effetti perturbanti, una quantità di mezzi di cui la vita non può disporre". Ecco allora un romanzo dove l'aritmetica dell'orrore, spietata, inarrestabile come la danza ipnotica di un rettile si trasfigura nel realismo magico del sogno, complici i richiami all'immaginario letterario (da Kafka a Poe, a Baudelaire) e cinematografico, degenerando infine nella sensazione confusa, spaventosamente confusa, che qualcosa ci è noto da lungo tempo ma che forse non sappiamo di saperlo.

La qualità descrittiva dei luoghi e dei personaggi in Dalle rovine è almeno pari alla sua dimensione cifrata e archetipale. L'azione si sposta da luoghi immaginari come Fortezza a città reali come Barcellona e Bucarest. Ma realtà e immaginazione sono come la sabbia di una clessidra, sicché gli spettrali quartieri di Fortezza risultano più realistici e verosimili degli scorci della città di Gaudì, simbolo di una periferia eterna dove il crimine più sanguinario potrebbe essere soltanto un atroce atto di giustizia, o viceversa.

Il succo di questo tardo epigono del romanzo decadente sta forse nella risposta multipla alla domanda: qual è la cosa più stupida che fanno gli uomini? Riprodursi, risponde Rivera. Produrre arte, risponde il mentore del porno imprigionato nel vecchio corpo malato. Chissà perché mi viene in mente un verso di Testamento, mistica canzone di Franco Battiato: "E mi piaceva tutto della mia vita mortale / anche l'odore che davano gli asparagi all'urina".

Forse perché la chiave dell'estetismo riapre lo iato fra arte e convenzione sociale, riproponendo l'adagio freudiano secondo cui la nostra società poggia sulla correità nel delitto perpetrato insieme, mentre la moralità, almeno in parte, si fonda sul bisogno di espiazione imposto dal senso di colpa. Per questo Dalle rovine è un libro intossicante, come Dorian Gray definì À rebours (Controcorrente) di Joris-Karl Huysmans: "conteneva metafore mostruose come delle orchidee e altrettanto fini nelle sfumature".

Luciano Funetta
Dalle rovine
Tunué
184 pp., 9,90 euro

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